Uffa, ‘sto morto... Non è che Antonio Matarrese abbia sbuffato proprio così. Ma è difficile negare che il suo commento al dibattito sul ‟cosa fare” dopo l’uccisione a Catania di Filippo Raciti grondasse di un’insofferenza da lasciar basiti. Non bastasse, dopo un silenzio di ore e ore, ha osato dire che non si era mai espresso con quei toni. Risultato: la radio che l’aveva intervistato ha messo on line la registrazione. E ora sappiamo che il presidente della Lega è anche più bugiardo di Pinocchio. In un paese serio, Don Tonino sarebbe già in viaggio verso le Antille dopo aver lasciato sul tavolo le dimissioni: scusate. È infatti recidivo. Ricordate cosa accadde alla fine di gennaio di dodici anni fa, dopo l’omicidio a coltellate del tifoso genovese Vincenzo Spagnolo prima di Genoa-Milan, sospesa solo al 38’del primo tempo quando proprio non era possibile proseguire? Intervistato dalla ‟Domenica sportiva”, disse: ‟Male hanno fatto Genoa e Milan a sospendere la partita per lutto, il calcio non si può fermare, altrimenti questo nostro mondo finisce”. E anche allora, allo scoppiar delle polemiche, fece precipitosamente marcia indietro. Non l’avevano capito, spiegò: ‟Non sono contrario assolutamente alla decisione presa ieri, mi sono soltanto preoccupato di quello che poteva succedere dentro e fuori lo stadio...”. Francesco Merlo, sul Corriere, lo infilzò due volte. Prima ricordando che non era nuovo a quel genere di commenti dato che aveva già sancito: ‟Cadono i governi e muoiono i Papi, ma il calcio non può cadere”. Poi affondando il colpo: ‟Quando l’istinto lo tradisce, Tonino nostro rimedia. Come? Rimangiandosi tutto”. Il fatto è che in tanti anni ‟l’Andreotti del pallone” (soprannome abusato ma assurdo: Zio Giulio non si sarebbe mai lasciato scappare certe sciocchezze) ha detto tutto e il contrario di tutto. A Braga nel 1982, furente con la nazionale partita male ai Mondiali spagnoli, urla: ‟Li prenderei tutti a calci!”. Per esultare dopo il trionfo: ‟Consegniamo alla storia l’anno della rivalutazione mondiale del calcio italiano!”. Accoglie l’arrivo del Cavaliere nel calcio ironizzando (‟Si vuole allargare un po’troppo, mi sa che non dura”) e quella in politica ringhiando: ‟Basta con le commistioni tra sport e politica!”. Per poi lanciare immediati segnali di pace subito dopo la vittoria elettorale, con calorose congratulazioni. Esplosa Calciopoli, non maschera la diffidenza verso Francesco Saverio Borrelli diffidandolo dallo ‟spaventare il mondo del calcio ricreando Mani Pulite” e invitandolo a ‟integrarsi meglio nel nostro mondo” e poi attacca Luciano Moggi al suo ritorno in tv: ‟Non si rende conto che per un po’di tempo deve restare fuori. Si purifichi. Vorrei vedere un Moggi che continua a piangere sugli errori. Io mi sento offeso. Non ci sta aiutando a rifare il vestito nuovo al calcio. Adesso bisogna far capire che non ci sono padrini o uomini prepotenti”. ‟Un dittatorello. Simpatico, ma dittatorello”, lo definì un giorno Candido Cannavò. E spiegò: ‟Ricordo quando mi scagliai contro Tonino chiedendogli di lasciare il Parlamento dopo la nomina a presidente della Federcalcio. Mi disse: la mia famiglia non me lo permetterebbe mai”. E lì è il cuore, nella grande famiglia Matarrese. Così ricca e potente da essersi guadagnata un nomignolo: ‟i Kennedy di Andria”. Rivisto poi in una variante sarcastica: ‟i Kennedy delle orecchiette”. Il padre Salvatore, il cui busto di bronzo troneggia, dicono i biografi, all’ingresso del palazzo ai confini del quartiere Japigia in cui ogni figliolo ha un piano e tutti insieme si ritrovano da anni in leggendarie tavolate, faceva il muratore, ‟a undici anni prendeva la calce con le mani” e passò la vita a tirar su figli e condomini, figli e condomini. Ed ecco in ordine anagrafico e di ruolo via via assunto Michele (a capo dell’azienda e dell’associazione industriali baresi), Vincenzo (presidente del Bari calcio), Giuseppe (vescovo a Frascati e sponsor di Francesco Storace), Tonino (commercialista, presidentissimo e deputato Dc per cinque legislature), Amato (progettista) e Carmela, l’unica femmina, sposata con un magistrato. Quanto agli edifici, impossibile contarli. Ma almeno uno era noto a tutti: il mostro di cemento di punta Perotti, abbattuto nell’aprile dell’anno scorso. Anche Tonino fu abbattuto, dopo la prima esperienza alla guida della Lega e della Federcalcio. Non gli perdonarono, allora, un sacco di cose. L’inimicizia con Franco Carraro. Il fallimento della nazionale di Arrigo Sacchi, che commentò la sua cacciata dicendo: ‟L’hanno trattato peggio di Totò Riina”. L’insopportabile contrasto tra le delusioni sportive e una vanità che era arrivata a fargli confidare che puntava alla presidenza della Fifa: ‟Vinco il Mondiale e vado al posto di Havelange”. Finito in seconda fila e trombato anche alle Europee 2004, dov’era in lista con l’Udc, pareva finito. Rilanciato da Calciopoli e dalla voglia dei presidenti di una figura che non inquietasse nessuno, si reinstallò sentenziando: ‟Matarrese era il calcio, è il calcio e sarà il calcio”. Adora, don Tonino, parlare in terza persona come Giulio Cesare e i centravanti spalmati di brillantina. L’ha fatto anche ieri, sbuffando per le polemiche: ‟Una persona di buonsenso non può pensare che Matarrese volesse dire certe cose!”. Falso: le aveva dette davvero. Anzi, la registrazione di Radio Capital dimostra che aveva detto di peggio. Prendendosela coi ‟saputelli” che discutono della violenza negli stadi, spiegando che il calcio ‟è un gioco talmente delicato che può fermarsi un attimo per le giuste riflessioni” (‟un attimo”...) ma ‟lo spettacolo deve continuare perché questo non è un giochino”. Di più: quelli che propongono norme troppo severe sono ‟un po’esaltati. E anche un po’irresponsabili”. Allora per quanto tempo dovrebbe chiudere, il calcio? ‟No, il calcio non deve mai chiudere. Il calcio è un’industria. Che paga i suoi prezzi”. Morti compresi. Ben detto, presidente: questo non è un giochino. Ne tiri le conseguenze.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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