Gli europei ‟potrebbero fare di più”, ha detto Gregory Schulte, ambasciatore degli Stati uniti presso l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, rivolgendosi a una conferenza internazionale sulla sicurezza cominciata mercoledì sera a Monaco. Schulte parlava delle sanzioni decretate dal Consiglio di sicurezza dell'Onu lo scorso dicembre nei confronti dell'Iran. Da tempo Washington fa forti pressioni sulle grandi banche d'Europa perché chiudano i rapporti con l'Iran. Quella dell'ambasciatore all'Aiea però è la prima ‟rimostranza” formale di Washington agli alleati europei.
‟Di fronte all'atteggiamento di sfida dei dirigenti iraniani, l'Unione europea e i paesi europei dovrebbero fare di più per sostenere la comune diplomazia”, dice Schulte, e punta il dito verso le agenzie di credito all'export: perché continuano a sovvenzionare le esportazioni verso Tehran?
Javier Solana, capo della politica estera europea, ieri ha lasciato cadere le critiche dichiarando: ‟Stiamo applicando la risoluzione” - e ha aggiunto che è disponibile a incontrare Ali Larijani, capo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano: l'incontro, ancora informale, potrebbe avvenire proprio in questi giorni di conferenza a Monaco.
Le sanzioni decretate dall'Onu riguardano l'import-export di materiali legati al programma di arricchimento dell'uranio, in particolare colpiscono una lista di 10 aziende considerate coinvolte nel programma atomico. Il 10 gennaio il Dipartimento di Stato ha dichiarato che una delle grandi banche pubbliche iraniane, Bank Sepah, garantisce le transazioni finanziarie legate al programma nucleare: sarà dunque vietato alle banche Usa avere rapporti con la Sepah anche attraverso le sue filiali estere. Il governo americano pratica da anni sanzioni unilaterali con l'Iran, e da almeno un anno preme sulle banche europee perché taglino i ponti con le istituzioni finanziarie iraniane. L'ambasciatore Schulte è stato esplicito: gli europei dovrebbero ‟scoraggiare gli investimenti” in Iran - cosa che va ben oltre le sanzioni dell'Onu.
A tutto questo si accompagna a una'escalation retorica in cui sia Tehran che Washington fanno la loro parte. Ieri l'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica, ha dichiarato che l'Iran colpirà interessi degli Usa ovunque al mondo se sarà attaccato dagli americani. Parole che ricalcano la retorica abituale dell'establishment islamico, un po' come gli slogan ‟morte all'America” o ‟morte al sionismo” che fanno da sfondo a ogni celebrazione ufficiale: ad esempio quelle dell'anniversario della rivoluzione, che cade domenica prossima.
Rientra nell'escalation simbolica anche il test annunciato ieri dal corpo delle Guardie della Rivoluzione, Sepah-e Pasdaran: il lancio di un missile capace di affondare ‟grandi navi da guerra” nel Golfo - dove si dirige una seconda portaerei Usa. Poche ore dopo il commento di Tony Snow, portavoce della Casa Bianca: ‟Non lo vediamo \ come un diretto attacco a noi”. Gli Usa, ha detto, non hanno intenzione di attaccare Tehran: ‟L'abbiamo detto: non stiamo invadendo l'Iran”.
Per il momento lo scontro resta sul piano delle sanzioni e altri mezzi di pressione ‟non militari”, come dice l'ambasciatore Schulte (‟gli europei dovrebbero usare l'intero arco delle misure non militari a loro disposizione” per fare pressioni politiche, economiche, comunicazione). E però proprio in questi giorni si parla di ripresa di contatti diplomatici: il possibile incontro tra Larijani e Solana, o tra questo e il ministro degli esteri tedesco (la Germania ha la presidenza di turno dell'Ue), sarebbero il preludio.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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