E’ meglio che, in materia di unioni civili, l’Italia assomigli a paesi come Turchia o Bielorussia o a paesi come Gran Bretagna, Francia, Germania, Svizzera? I ‟Dico”, appena proposti dal governo Prodi, compiono qualche passo verso le legislazioni di questi ultimi. Sono paesi nei quali si è da tempo compiuta una scelta di sobria ma limpida civiltà, riconoscendo diritti e doveri alle persone non sposate e tuttavia conviventi e legate da vincoli affettivi, dello stesso sesso o di sesso diverso. I ‟Dico” prevedono, in particolare, per i contraenti, la possibilità di reciproca assistenza clinica (accesso al paziente, informazioni, decisioni che prima spettavano solo ai familiari ‟ufficiali”), di eredità (anche se solo dopo almeno nove anni di convivenza), alimenti per la parte più debole in caso di separazione, accesso ai bandi pubblici, permessi di soggiorno per gli immigrati, mentre la disciplina pensionistica viene rinviata all’imminente generale riordino della materia. Diritti elementari, insomma.
Come capisce chiunque, non siamo affatto in presenza di un matrimonio o di una famiglia di ‟serie B”, ma della misurata normazione di rapporti che hanno ormai raggiunto, data la loro diffusione, una valenza sociale e quindi un rilievo culturale e politico ineludibili. Lo dimostra il fatto che in tutti i paesi più avanzati è stata prodotta una specifica legislazione (alla quale l’Italia cerca ora almeno di avvicinarsi).
Queste cose evidentissime le conoscono tutti, anche coloro che si oppongono strenuamente ai ‟Dico”. I cattolici in carne e ossa, lo stesso elettorato reale del centrodestra, l’Italia di fatto insomma, sono in realtà molto diversi, su questo piano, da come li interpretano i loro rappresentanti ufficiali, cioè la gerarchia ecclesiastica, i partiti della Casa della libertà e lo stesso Parlamento, dove incontra molti ostacoli l’attuale versione all’acqua di rose dei Pacs (a loro volta una versione edulcorata di norme come quelle approvate in Belgio, Olanda e Spagna, che riconoscono la perfetta parità tra coppie etero e omosessuali).
Questa ‟Italia di fatto” è però pochissimo rappresentata da un establishment politico che, in maniera trasversale, sembra avere soprattutto a cuore il mero consenso delle gerarchie ecclesiastiche. Le quali, com’è ovvio, ripetono giustamente le cose in cui credono. Una classe politica davvero laica, indipendentemente dalle cose in cui credono i propri singoli membri, dovrebbe però legiferare con uno sguardo generale. Nessuno obbliga i cattolici a contrarre un ‟Dico”. Perché, invece, i legislatori cattolici vorrebbero obbligare anche chi cattolico non è a soggiacere a una legislazione di parte? Non è una cosa molto civile. E lo è tanto meno se viene imposta a tutti, alla stragrande maggioranza degli italiani e delle italiane, da politici che, notoriamente, in materia, hanno sperimentato tutte le posizioni del kamasutra relazionale. Anche se, con perfetta faccia di bronzo, pontificano ovunque sui buoni valori tradizionali (poco prima di infilarsi all’ennesimo party di Briatore o Lele Mora) e, perfino davanti ai civili e timidi ‟Dico”, si stracciano le vesti (griffate). Talebani da ‟Billionaire”.
Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin è autore di diversi romanzi e saggi. Con Feltrinelli ha pubblicato, tra gli altri, Sarajevo, Maybe (1994), L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero (1992; 2007), Nemmeno il destino (1997; 2004, da cui è stato tratto il film omonimo di Daniele Gaglianone), Nebulosa del Boomerang (2004), Gorgo. In fondo alla paura (2009). Insieme a Maurizio Dianese, ha pubblicato per Feltrinelli l’inchiesta La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002) e La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli (2019). Con Marco Paolini ha scritto lo spettacolo teatrale Le avventure di Numero Primo e il romanzo omonimo (2017). Con Andrea Segre ha scritto il docufilm Il pianeta in mare (2019), in selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2019. Il suo ultimo romanzo è Cracking (2019).

 

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