In poche parole ieri al Senato è successo questo: due senatori, Rossi e Turigliatto, della maggioranza eletta con Prodi, non hanno partecipato al voto. Perché lo hanno fatto? Perché, ci fanno sapere, sono in favore della pace. Qual è il risultato del loro comportamento in nome della pace? Eccolo di fronte a noi: i berlusconiani vincono ed esultano. Per ore hanno parlato in favore della guerra, qualunque guerra, purché partano i soldati. Adesso saltano in piedi e urlano, da statisti, la loro contentezza tribale: hanno respinto la relazione del ministro degli Esteri sulla politica del governo, sul ‟dove siamo” dell’Italia nel mondo. E sul ‟come siamo” nel mondo.
Siamo - aveva detto D’Alema la mattina di mercoledì - in Libano a capo delle forze di pace delle Nazioni Unite. Siamo, con l’Onu e la Nato in Afghanistan, impegnati a spostare l’equilibrio fra aiuti economici e presenza militare (sempre meno attività militare, sempre più cooperazione e aiuti). Possiamo farlo perché contiamo. Non siamo più in Iraq perché in quella guerra - tanto amata e tanto rimpianta dai berlusconiani (mentre l’America la rigetta) - eravamo dei subordinati che potevano solo ricevere ordini. Ed era una guerra fondata su affermazioni, documenti, prove, annunci, tutto completamente falso.
È giusto a questo punto chiarire: due altri voti erano stati promessi e sono mancati all’Unione, dunque a D’Alema e al governo Prodi. Sia il senatore a vita Andreotti che il senatore a vita Pininfarina avevano promesso il loro voto alla politica estera di questo governo. Non si sa rispondendo a quale richiamo, entrambi all’ultimo istante si sono astenuti.
Però Andreotti e Pininfarina non avevano alcun impegno con il governo, la maggioranza, gli elettori e con la questione della pace. Rossi e Turigliatto l’avevano, ed è per questo che Prodi ha dovuto prendere atto del caso politico creato dal loro rifiuto di votare e ha dato le dimissioni. Eppure Rossi e Turigliatto avevano appena ascoltato il brevissimo, chiarissimo intervento di Franca Rame, appena tornata da Vicenza, dove ha avuto, con Dario Fo, un ruolo da leader. Ha detto Franca Rame: «Si sa punto per punto dove sono e dove non sono d’accordo con ciò che ha detto D’Alema. Ho paura della guerra in Afghanistan. Voglio tutto aiuto e niente guerra. E allora voi vi aspettate che voti no. Vi piacerebbe. Ma io non posso darvi questa vittoria. Perciò continuo il mio impegno per la pace. E a D’Alema e a Prodi, per le cose che condivido e quelle che non condivido, dico ‟sì”. Non posso far vincere voi che avete in testa solo subordinazione e guerra».
L’occasione era importante per due ragioni: perché era la chiave di tutto questo periodo della vita politica italiana, che è clamorosamente cambiata, quanto a presenza nel mondo con Prodi e D’Alema. E perché l’intervento di Massimo D’Alema al Senato è stato netto, chiaro e completo, con una buona dose di coraggio e nessuna ambiguità. Il coraggio è stato di non cercare benevolenza e comprensione, ma piuttosto orgoglio delle cose fatte fino ad ora, prima di tutto l’iniziativa italiana che ha fermato la guerra nel Libano. Il coraggio è stato di dire della guerra in Iraq ciò che deve essere detto senza nascondersi dietro le bandiere, dietro il nazionalismo di tempi lontani e l’esaltazione della guerra sbagliata come modo di mostrarci amici dell’America. È stato il coraggio di affermare che la situazione in Afghanistan può essere cambiata soltanto se un Paese che conta non si ritira mettendosi in condizione di non contare più e di riconoscere che tutto ciò non si fa per avere diplomi di amicizia subordinata ma per dovere. Donne e bambine e tutta la popolazione di quel Paese, che è stato vittima di una violentissima oppressione militare e religiosa, si aspettano non la continuazione di una guerra infinita ma una vita un po’ migliore.
Due senatori eletti con il centrosinistra hanno deciso che non importa se in Afghanistan resta la guerra e in Italia torna Berlusconi, dunque una esaltazione primitiva e bugiarda della bella guerra che si celebra. Va bene così, si sono detti, e al diavolo i milioni che hanno votato e sperato con Prodi.
Il resto ce lo dirà il Presidente della Repubblica nelle prossime ore. A noi resta negli occhi l’esplosione di festa di coloro che, ancora ieri, ancora nei discorsi contro D’Alema, si congratulavano a vicenda per i morti italiani al servizio di una guerra - l’Iraq - che l’America sta cancellando mentre l’Inghilterra ritira i soldati.
Quelli sì che erano tempi di gloria, hanno detto e gridato i berlusconiani con sincero rimpianto. Ora, forse, grazie a due voti mancanti da parte di chi, prima di andarsene, ha detto di battersi per la pace, lo spettacolo del circo Berlusconi-Calderoli e dei soldati che partono può anche ricominciare. O almeno ritorna l’incubo.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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