L'attentato suicida realizzato ieri mattina contro la base di Baghram, principale base Usa in Afghanistan, dove aveva passato la notte il vicepresidente americano Dick Cheney è un pesante avvertimento. Cheney era atterrato a Baghram (una sessantina di chilometri a nord di Kabul) dopo aver rinunciato alla sosta nella capitale afghana per le proibitive condizioni atmosferiche Proveniva da Islamabad, dove, in gran segreto - anche i pochi giornalisti al seguito avevano dovuto giurare di non parlarne fino a dopo la sua partenza -, aveva incontrato il presidente pachistano Pervez Musharraf, per sollecitarlo a combattere con maggior determinazione le infiltrazioni dei militanti taleban nelle sone tribali di frontiera, dove godono di appoggio logistico. Gli Stati uniti hanno provveduto unilateralmente a bombardare i campi di addestramento che avrebbero intercettato con i satelliti spia nel nord del Waziristan (una delle zone tribali più inaccessibili anche per l'esercito pachistano). Iniziative quelle Usa che rischiano di destabilizzare il già fragile potere di Musharraf. Cheney avrebbe anche minacciato di sospendere gli aiuti al Pakistan (785 milioni di dollari nel nuovo bilancio, compresi 300 in armi per combattere gli ‟studenti di teologia!”). Il Pakistan è al quinto posto tra i paesi che ricevono aiuti dagli Usa quindi il presidente pachistano è particolarmente sensibile a queste minacce economiche.
Musharraf si trova così ostaggio sia degli islamisti di frontiera, nonché di quella parte dell'intelligence che li appoggia, sia della Casa bianca. Finora, probabilmente, Bush l'ha tenuto al potere solo per mancanza di una alternativa fidata per guidare un paese che dispone della bomba atomica.
Comunque l'attentato di Baghram (circa 23 le vittime, tra cui un soldato e un contractor americani e un militare sudcoreano) è stata una ‟risposta” all'altezza delle accuse di Cheney. ‟Ha dimostrato fino a che punto i militanti (taleban, che hanno rivendicato l'attentato) siano infiltrati nei servizi di informazione dei servizi segreti afghani”, ha detto l'ex generale pachistano, Talat Masood. Probabilmente non si tratta solo di militanti taleban ma anche di intelligence pachistana, visto che le informazioni dovevano essere arrivate con un certo anticipo: un attentato del genere non si può improvvisare.
Kabul è ancora sotto la neve ma tutto sembra preannunciare che la ‟campagna di primavera” non si farà attendere. L'attentato o la ‟provocazione” di Bagram, come l'ha definita il giornalista pachistano Ahmed Rashid, sembra aver già aperto le ostilità. E per far fronte ai taleban e ad al Qaeda gli americani chiedono l'aiuto non solo del Pakistan, ma anche dell'Europa.
Finora a rispondere positivamente con l'invio nel sud dell'Afghanistan di 1.400 soldati (che porteranno il contingente britannico a 7.700) è stata solo la Gran bretagna. Ad attaccare l'atteggiamento di altri paesi europei non sono solo i politici Usa, ma anche i giornali come il conservator-finanziario Wall street journal, che ha pubblicato ieri, per il secondo giorno, un editoriale contro l'Italia. In particolare per quanto riguarda la lotta al terrorismo l'autore, Bret Stephens, sostiene che l'Italia e altri paesi della Nato (Francia e Germania innanzitutto) hanno fatto solo ‟promesse a buon mercato”. Mentre le truppe americane e britanniche a primavera pagheranno ‟un prezzo di sangue” per la rinuncia dell'Italia e altri paesi a inviare truppe a combattere i taleban. ‟Adesso il meglio che si può dire di Francia, Germania, Italia e compagnia è che non ostacoleranno attivamente il combattimento, a condizione che non siano loro a combattere”.
Occorrerebbe aggiungere che per una volta, se così sarà realmente, i paesi europei citati rispetteranno le regole di ingaggio di una forza di peacekeeping come era l'Isaf prima dell'ottobre scorso, quando il comando Nato ha inglobato anche Enduring freedom (la lotta al terrorismo, peace enforcing sotto comando Usa). Il rischio è che la guerra si estenda dal sud al resto del paese, dove già ora non mancano i combattimenti tra i vari signori della guerra al potere a Kabul. Se poi veramente Bush prima di lasciare la Casa bianca deciderà di incendiare tutta l'area attaccando l'Iran, le truppe italiane schierate ad Herat si troveranno in prima linea, ma non contro i taleban.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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