Nella campagna elettorale francese, la globalizzazione ricorre con insistenza nelle menti dei cittadini, e talora nei discorsi dei candidati. Ma sono sempre gli stessi schemi di pensiero a scontrarsi di continuo: globalizzazione liberale contro protezionismo e/o ‟globalizzazione sociale”, in una contrapposizione che non consente di porre veramente in luce tutto il campo delle politiche possibili. A volte è bene che le certezze dottrinali ricevano uno scossone, a confronto con la nostra conoscenza di come va il mondo. Una conoscenza indubbiamente parziale, ma agevolata in questo caso dall´ampiezza dei fenomeni che percepiamo. ‟Benché sia difficile definire un elefante, è facilissimo riconoscerlo quando ci capita di incontrarlo” diceva Joan Robinson. Qual è l´elefante che incontriamo? Stiamo vivendo la globalizzazione di un mondo costituito da stati– nazione, senza che tra di essi vi siano interstizi ove possa ubicarsi il mercato globale. E nessuno oggi – se non nelle opere di fantascienza, o nelle utopie più generose o più pericolose – prevede la scomparsa degli stati-nazione per far sorgere al loro posto un governo globale.
Il mondo è quindi frammentato, segmentato, compartimentato, non però artificialmente – sebbene esistano ancora molti confini imposti – ma in maniera spontanea, nata dal bisogno degli esseri umani di vivere in società. Un bisogno che è alla base della missione più eminente degli stati: quella di proteggere le rispettive popolazioni. Ma poiché alcuni di essi sono iperpotenze o superpotenze, e altri potenze tout court – gli uni più forti, gli altri più deboli – questa funzione di tutela è esercitata nei modi più diversi e asimmetrici.
Per dirla in altri termini, il mercato globale reale è anche il ‟luogo” ove si affrontano potenze di tipo diverso e forme diverse di protezione. Questa condizione del mondo è assai lontana dal liberalismo descritto nei manuali di economia – tant´è vero che teoricamente potenza e protezione mal si accordano col mercato. Non dico che questo stato di cose sia soddisfacente: è semplicemente un dato di fatto. Chi non sogna una democrazia globale, ove tutti gli abitanti del pianeta ricevano la stessa attenzione? Sarebbe forse ora di incominciare a costruirla, di immaginare alcune delle sue istituzioni – ma le difficoltà incontrate dalla democrazia europea stanno a dimostrare che la strada è lunga e irta di imboscate.
Al punto in cui stanno le cose, protezione non vuol dire protezionismo. Gli Stati dispongono di un ampio arsenale di strumenti per svolgere la loro missione di interposizione, e devono utilizzarli saggiamente, in funzione del proprio livello di sviluppo. Se ad esempio si deve consentire ai Paesi emergenti una fase transitoria di protezionismo, finalizzato alla tutela di industrie nascenti o delle loro entrate fiscali, la stessa cosa non può valere per i Paesi ricchi del pianeta, i cui mercati devono rimanere aperti soprattutto alle merci provenienti da quelli più poveri.
Non dobbiamo però essere ingenui, anche nei riguardi dei Paesi sviluppati, dove la protezione è pluridimensionale e assume forme dinamiche. I sistemi della scuola, dell´insegnamento superiore e della ricerca obbediscono certo a un valore essenziale per ogni società – quello della conoscenza – ma si possono analizzare anche nel loro ruolo di sovvenzionamento generale dell´economia di un Paese: in primo luogo a favore delle imprese, che possono contare su una forza lavoro non solo più produttiva, ma anche più autonoma, e quindi capace di innovare; e beneficiano dei grandissimi vantaggi delle ricadute, dirette o indirette, delle sovvenzioni alla ricerca (Airbus ne avrà tratto gli stessi benefici di Boeing?). In secondo luogo, a favore dei lavoratori dipendenti, la cui competenza accresce il valore del lavoro. Allo stesso modo, l´esistenza e la qualità delle grandi infrastrutture fa diminuire i costi di funzionamento del settore privato, e ne accresce la produttività. Ma soprattutto, un sistema di protezione sociale ben congegnato comporta la socializzazione di potenziali perdite, offrendo a ciascuno almeno una seconda opportunità; e costituisce in tal modo un formidabile incentivo all´assunzione individuale del rischio, all´innovazione e al gusto dell´iniziativa imprenditoriale. Infine, una buona gestione macroeconomica delle attività riduce le incertezze inerenti agli investimenti, e abbrevia le recessioni o le fasi di rallentamento, incoraggiando le imprese a proiettarsi nel lungo periodo; e in questo senso costituisce uno dei migliori antidoti alla più grave disfunzione economica del nostro tempo: la dittatura del breve termine.
Grazie all´insieme di questi fattori di protezione, atti a ridurre le incertezze e a fare al tempo stesso da motore della produttività, alcuni Paesi riescono a trarre i maggiori vantaggi dalla globalizzazione. Ed è proprio perché i Paesi in via di sviluppo non sono ancora in grado di dotarsi degli stessi mezzi che dovrebbero essere autorizzati a praticare un transitorio protezionismo.
Eppure, a noi europei manca ancora la giusta comprensione del ruolo strategico dell´Europa, e della sua stessa dinamica. Abbiamo lasciato che i nostri sistemi di insegnamento e di ricerca fossero abbandonati al degrado, a tutto danno del futuro dei giovani e delle imprese. E in materia di infrastrutture ci siamo riposati sugli allori del dopoguerra. Nel suo cuore continentale, l´Europa non ha saputo proporre ai propri cittadini una concezione dinamica della tutela sociale. Al contrario, il discorso dominante – benché non ancora riscontrabile nei fatti, o almeno non dappertutto – prospetta per il futuro un ineluttabile regresso della sicurezza economica e sociale. La zona dell´euro, seconda potenza economica del mondo, continua a dubitare di se stessa, a un punto tale da precludersi l´uso dei suoi potenti strumenti di gestione macroeconomica.
Oggi si parla seriamente di porre rimedio a queste carenze. Vorrei tanto crederci. L´Europa non può continuare a lungo a essere il bateau ivre del mondo globalizzato – una nave senza rotta né protezione.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
Jean-Paul Fitoussi

Jean-Paul Fitoussi

Jean-Paul Fitoussi (1942) è professore all’Institut d’études politiques di Parigi e presidente dell’Ofce, l’Osservatorio francese delle congiunture economiche. Fa parte del consiglio di amministrazione di Telecom e del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa Sanpaolo e insegna all’Università Luiss. Con Feltrinelli ha pubblicato La democrazia e il mercato (2004) e La nuova ecologia politica (con Eloi Laurent; 2009). 

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