L’importanza degli incontri sta soprattutto nel fatto che ci sono stati. Sembra cosa da poco. Ma non lo è. Qui in Iraq sottolineano che era dall’occupazione dell’ambasciata Usa a Teheran, nel 1979, che non si tenevano apertamente e in modo diretto colloqui tra diplomatici americani e iraniani. Con la Siria è diverso. Bill Clinton vide l’ex presidente Hafez Al Assad nel Duemila a Ginevra. E formalmente Washington intrattiene tuttora relazioni diplomatiche con Damasco, sebbene abbia ritirato il proprio ambasciatore all’inizio del 2005 e da due anni non abbia avuto alcun incontro ad alto livello. Eppure anche in questo caso gli scambi di ieri sono sembrati potenzialmente in grado di avviare il disgelo. Ecco in buona sostanza il significato della conferenza internazionale voluta ieri a Bagdad dal premier sciita Nuri Al Maliki. Tra gli ospiti le delegazioni di medio livello provenienti da tutti i Paesi confinanti (in primo piano l’iraniana condotta da Abbas Araghchi, vice ministro degli Esteri, e la siriana), dei cinque membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) e della Lega Araba. ‟Un passo importante. Un summit costruttivo per l’atmosfera e la composizione dei partecipanti”, ha sottolineato nella conferenza stampa conclusiva il ministro degli Esteri iracheno, Hoshiyar Zebari. ‟Si è aperto un percorso e i partecipanti hanno manifestato la volontà di approfondirlo nella prossima conferenza prevista forse in Turchia a metà aprile e questa volta a livello di ministri degli Esteri”, commenta cauto l’ambasciatore italiano, Maurizio Melani, che ha assistito a parte dei lavori, in quanto rappresentante di uno dei Paesi del G8. E a Istanbul, ha confermato l’ambasciatore Usa a Bagdad Zalmay Khalilzad, a rappresentare Washington sarà Condoleezza Rice. Al Maliki ha ribadito i due motivi-guida dell’iniziativa: la ricerca di un’intesa multinazionale (specie tra i Paesi della regione) nella lotta contro ‟violenza e terrorismo” e il desiderio di dimostrare che l’Iraq è sempre più uno Stato sovrano. ‟Questa conferenza rappresenta la prova che l’Iraq sta tornando alla normalità. Ma abbiamo bisogno della collaborazione di tutti, specie dei nostri vicini, per battere il terrorismo. L’Iraq si trova in prima linea nella guerra contro la violenza”, ha aggiunto il premier. Aveva appena finito di parlare, quando due bombe di mortaio sono cadute a poche decine di metri dall’edificio del ministero degli Esteri, dove si teneva il convegno, appena fuori dal perimetro dell’hotel Rasheed e il muro di cinta della green zone. Le sirene di allarme hanno generato sconcerto, ma i delegati hanno proseguito i lavori dopo aver appreso che non c’erano vittime. Almeno sei soldati iracheni e una ventina di civili hanno però perso la vita a causa dell’autobomba esplosa quasi contemporaneamente all’entrata di Sadr City, il grande quartiere sciita alla periferia orientale della capitale, dove da circa una settimana la nuove forze dell’ordine locali assieme ai commando americani stanno cercando di intensificare i pattugliamenti nel rispetto dei dettami del nuovo piano di sicurezza voluto da Al Maliki. È il momento della guerriglia. Nonostante tutto, la violenza resta lontana dall’essere battuta. In molti casi da qualche settimana si è trasferita al di fuori di Bagdad e colpisce nelle province. Da martedì si erano invece intensificati i posti di blocco e i controlli nel cuore della capitale, proprio in previsione del fatto che ci sarebbero stati attentati nel tentativo di boicottare la conferenza. ‟I terroristi non sono riusciti nel loro intento. Nella nostra giornata di lavoro ci siamo concentrati sui modi per imporre sicurezza e stabilità in Iraq”, ha commentato ancora Zebari. A suo dire, in previsione del prossimo summit ad alto livello, si è deciso di creare tre ‟gruppi di studio” finalizzati rispettivamente a lavorare per la sicurezza interna irachena, assistere i milioni di profughi all’estero (almeno due milioni) e per facilitare la distribuzione e la vendita di greggio iracheno. L’attenzione è comunque rimasta concentrata sui rapporti tra Khalilzad e la controparte iraniana. ‟Si è trattato di un primo passo. Ho scambiato opinioni con gli iraniani in modo diretto e alla presenza di altri delegati. Siamo andati alla sostanza”, ha spiegato Khalilzad, nel ribadire che si è soffermato nel ripetere la ormai nota accusa di Washington a Teheran di sostenere la guerriglia sciita in Iraq. Da parte sua l’inviato iraniano si è dimostrato però assolutamente riservato, negando incontri a quattr’occhi. Di sicuro, Araghchi ha chiesto il rilascio di cinque diplomatici iraniani catturati dalle forze Usa in un raid dell’11 gennaio a Erbil e ha sollecitato la fissazione di una data per il ritiro delle truppe straniere: ‟Aiuterebbe a risolvere il problema della violenza in Iraq”.
Ha collaborato Walid Al Iraqi
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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