Il principio è semplice: ‟abbiamo osservato come si comportano le banche e abbiamo fatto l’esatto opposto”. E contraddicendo le più elementari regole del cosiddetto ‟merito di credito” cioè dei principi di solvibilità con cui le banche erogano da secoli prestiti alla clientela, Muhammad Yunus ha costruito trentuno anni fa con la sua Gremeen Bank un sistema creditizio ‟sovversivo” che ha erogato ad oggi 5 miliardi di dollari a sette milioni di poveri del Bangladesh. Anzi, di ‟intoccabili del credito”, come ama definirli lui stesso. Raccogliendo esclusivamente successi incredibili. Ieri questo infaticabile bengalese che ha vinto nel 2006 il Nobel per la pace perché sta dimostrando dal 1976 che un modo per sconfiggere la povertà c’è ed è lontanissimo dai principi che ispirano gli aiuti internazionali o la Banca mondiale, ha tenuto una Lectio magistralis all’Università degli Studi Roma Tre, ha incontrato il presidente della Repubblica Napolitano, il presidente della Camera Bertinotti ed ha tenuto un’audizione alla commissione Esteri della Camera. Ieri mattina, alla platea di studenti di Roma Tre, Yunus ha spiegato, con l’immancabile sorriso sulle labbra, ancora una volta i motivi della sua missione e il segreto dei suoi strabilianti numeri. Il tasso di restituzione dei credito alla Grameen (il principio, ricordiamolo, è: più sei povero, più è facile accedere ad un prestito) è del 99% - un sogno per la maggior parte degli istituti di credito tradizionali. E secondo Yunus il motivo per dare fiducia ad un povero senza chiedere garanzie (che è il secondo principio base della banca) è molto semplice: ‟lavorano dodici ore al giorno - si legge nella sua autobiografia, Il banchiere dei poveri - per guadagnarsi da mangiare devono vendere i loro prodotti. Non c’è ragione perché non vi rimborsino, soprattutto se vogliono un altro prestito che consenta loro di resistere un giorno di più. E’ la migliore garanzia che possiate avere; la loro vita”, O ancora: ‟I poveri sanno che quella è la loro unica occasione, al di là della quale non ci sono alternative”. Tornando ai numeri: il bilancio contabile di Grameen, attualmente, è positivo e il patrimonio, a trentun anni dal primo prestito da ventisette dollari, ammonta a sei miliardi di dollari. Il bilancio ‟umanitario” della banca, che resta la sua vera ‟ragione sociale”, è poi che il 58% dei debitori ha superato la soglia di povertà. Ma uno dei risultati di cui Yunus va più orgoglioso è che il 97% dei beneficiari dei suoi prestiti, un dato magari non troppo sconvolgente per un paese occidentale ma praticamente miracoloso per un paese come il Bangladesh, è donna. E non è un caso. Perché alla metà degli anni Settanta Yunus, allora giovane docente di Economia dell’università di Chittagong, sconvolto dagli effetti di una terribile carestia che aveva devastato le campagne del suo paese, cominciò ad andare in giro nei villaggi. Si tormentò a lungo per trovare il modo di aiutare i più poveri. Ed ebbe presto la conferma che ai piedi della piramide sociale bengalese c’erano le donne, sfruttate dai mariti o dai commercianti e vessate dagli usurai. Soprattutto, considerate le vere ‟intoccabili” del credito; ‟all’inizio - ha ricordato ieri - è stato difficilissimo trattare con le donne. Si ritenevano indegne di ricevere del denaro, volevano dario ai mariti, neanche volevano o potevano trattare direttamente con noi, in moltissimi casi. I miei collaboratori mi dissero allora andiamo avanti, diamo i prestiti agli uomini, facciamo prima, ci risparmiamo un sacco di problemi. Io risposi loro che invece bisognava procedere lentamente, che quella delle donne era la voce della paura”. Il tempo e la pazienza lo premiarono, ma per capire i motivi di tanto intestardimento sugli aiuti alle donne, è utile attingere ancora una volta alla sua autobiografia. Dove Yunus racconta che ‟la pratica ci ha dimostrato che le donne si adattano meglio e più rapidamente degli uomini al processo di autoassistenza. Sono più attente, si preoccupano di costruire un futuro migliore per i figli, dimostrano maggiore costanza nel lavoro. Il denaro affidato ad una donna per la gestione familiare rende più di quanto passa per le mani dell’uomo”, Siccome la Grameen - Yunus lo sottolinea infinite volte nel suo libro - non è un’organizzazione che fa la carità (anzi, in un altro capitolo è spiegato estesamente perché non bisogna mai fare l’elemosina), quello che conta invece è investire neile persone, dargli fiducia e trovare il metodo migliore per farsi restituire i prestiti. E le donne, secondo Yunus, sono l’investimento migliore. Per il futuro, il ‟banchiere dei poveri” sogna, come ha raccontato ieri, una borsa azionaria delle società che applicano principi come i suoi e un ‟Social” Wall Street Journal che ne racconti gli sviluppi. Ma nel frattempo vorrebbe estendere il suo esperimento di ‟social business enterprise”. Su modello della Grameen Danone Foods Social Business Enterprise, joint venture partecipata al 50% dai gruppi Danone e Grameen, che distribuisce regolarmente yogurt a milioni di bambini del Bangladesh. E invece di distribuire ricchi dividendi ai suoi azionisti, si impegna a reinvestire gli utili. In yogurt, a va sans dire. i

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