‟Un passante che guardasse ignaro la finestra dell’ambasciatore - mi dice ridendo Christian Boltanski mentre camminiamo sulla piazza guardando Palazzo Farnese - penserà che sia diventato matto”. È già calata il buio, e dietro i vetri della finestra illuminata che si affaccia imponente, col balcone, nel bellissimo palazzo rinascimentale sede dell’Ambasciata di Francia in Italia dal 1874, pende uno scheletro, affiancato da teschi e neri uccelli: un memento mori nella più genuina tradizione europea della danse macabre, la danza dei morti sghignazzanti che fino alla seconda metà del XV secolo riassume ed esorcizza il terrore di fronte a quel limite assoluto dell’esistenza. Anche l’idea della follia, in questa piazza notturna sconvolta da giochi di luce della mostra che si inaugura, non è fuori tema: è proprio in quel crinale storico del Rinascimento, che si apre alle crepe del Manierismo e del futuro Barocco, che l’ironia sulla morte cede il posto all’irrisione di quell’altra insensatezza della vita che è la follia: ‟La testa che sarà cranio è già vuota, la follia è l’anticipo della morte”, scriveva Michel Foucault. È una torsione della stessa inquietudine, o crepa: il nulla dell’esistenza sentito non più come termine esterno e finale, ma interno. Così Enzo Cucchi, in dialogo col teatro d’ombre di Boltanski, pone sulla soglia del Palazzo un tubo interrato di falso neon, un lungo cilindro di travertino bianco spezzato al centro per dar forma a un teschio e a una casetta. Naturalmente luminoso. Sto parlando della mostra Luce di pietra (aperta fino al 15 aprile), fortemente voluta dall’ambasciatore francese, a cura del critico Henry-Claude Cousseau, coadiuvato da Marcello Smarrelli: otto artisti francesi e sei italiani invitati a dialogare tra loro e con luoghi impregnati di arte e storia, con un tema, anzi un medium, particolare: la luce. Numerosi i partners patrocinanti: Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lazio, Provincia e Comune di Roma.
Torniamo alla piazza, dove passeggio con l’amico Boltanski. Due fari producono cerchi di luce sul palazzo e la piazza creando strane traiettorie (Michel Verjuh), lo scheletro sghignazza alla finestra dietro alla bandiera francese che sventola, e oltrepassata la soglia, al centro del michelangiolesco cortile, un faro perlustra le mura e le finestre interne rivelando dettagli architettonici, fermandosi su corvi sospesi e trafitti da frecce, un po’ come gli aerei nemici inquadrati dalle luci dell’antiaerea di una volta: ricordi di Jannis Kounellis, autore dell’installazione. A metà della scalinata, la ricostruzione delle lenti inventate dal fisico Augustin Frasnel nel 1822 inonda l’atrio di luce calda (Micol Assael). Che ne è della magnifica galleria dal soffitto affrescato da Annibale Carracci col Trionfo di Bacco? È un’alcova, diciamo pure un boudoir, con materassini per terra e veli dal colore da lap dance, voluta da Claude Lévêque. Per fortuna giorni prima ho avuto la rara possibilità di ammirare gli affreschi nella luce naturale, e perfino, col permesso dell’amabile Ambasciatore, di coricarmi per terra. A proposito: non è forse la luce naturale l’elemento oggi in via di estinzione nei luoghi di ricezione dell’arte? È un pittore francese, Avigdor Arikha, già conservatore di mostre al Louvre, ad avere scritto un bellissimo testo dal titolo Voir juste (‟Vedere giusto”) per denunciare lo scandalo di una visione che, in gran parte dei musei, snatura con la luce artificiale i colori e le sensazioni cromatiche volute dai pittori. A quando una mostra che valorizzi la luce naturale, le onde corte, il ‟vedere giusto” di una luminosità possibilmente zenitale, da nord/nord-est, magari col cielo coperto?
Non è solo per questo che le installazioni più convincenti sono quelle che utilizzano una luce che, pur artificiale, risulta oggi quasi arcaica, come una ‟seconda natura”: le lampadine fioche appese al soffitto in una sala cavernosa dei sottosuoli del Palazzo, che rimestano con un filo invisibile di rame centomila lampadine spente, producendo quasi un gracidio, il suono, si direbbe, della luce spenta. L’effetto visivo è notevole, e l’autore, Yann Toma, è il creatore dell’azienda energetico-estetica ‟Ouest Lumière” (nome di un’azienda elettrica francese del primo Novecento). E poi i fari accesi della macchina col motore spento, come dimenticata in un garage del passato remoto, parcheggiata nel sottosuolo da Elisabetta Benassi. L’impatto è forte, dà il senso di un’archeologia del futuro, o di un racconto di Stephen King (ricordate Buick 8?). È un’Alfa Romeo GT Veloce (Duemila) del 1975, è dell’autrice ma Pier Paolo Pasolini aveva la stessa. Se si considera che sul pavimento attiguo sono state portati alla luce (sic) mosaici che raffigurano il mare, simili a quella di Ostia Antica, le coincidenze si trasformano in trama, mondo possibile. (Altre installazioni: le onde verdi proiettate su un mosaico da Nathalie Junod Ponsard, la scritta rossa di Laurent Grasso, ‟il sole di notte”, gli specchi al neon di Patrick Tuttofuoco). E’ sempre nel sottosuolo, ma nella cisterna di Villa Medici, che Jean-Baptise Ganne versa nell’acqua centomila monete da dieci centesimi di euro, luccicanti come le migliaia di immagini della Venere di Botticelli. Giovanni Anselmo illumina, proiettando la parola ‟PARTICOLARE”, vari punti della chiesa di S. Nicola de Lorenesi, mentre, nella chiesa di San Luigi dei Francesi, Sarkis pone sotto il ciclo di San Matteo di Caravaggio il video della trasfigurazione di un’icona in teschio, l’ectoplasma di un volto. Siamo così tornati all’inizio. Ma non alla fine. La fine la situiamo sulla magnifica terrazza di Palazzo Farnese, la notte. Una giovane artista dell’Accademia di Spagna, Barbara Fluxa, mi indica, vicino alla chiesa di San Pietro in Montorio, la finestra illuminata del suo studio. L’ha lasciata apposta per vederla da qui.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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