Fine. Anzi no, si ricomincia. A distanza di quindici anni dalla prima edizione, l’uno, di quattro anni l’altro, Feltrinelli manda in libreria in economica due titoli a cui gli autori hanno rimesso mano. Il primo è un’inchiesta che ha la cupa bellezza di un romanzo, Eredi di Gianfranco Bettin, il secondo è un bel romanzo cruento, un romanzo notevole, che ha alle spalle un’inchiesta giornalistica, Tutti contenti di Paolo Di Stefano. Ed è, forse, questo terreno ibrido in cui i due testi si collocano che ha reso possibile l’operazione. Operazione non frequente. Perché? ‟Perché la casa editrice si accolla i costi della riscrittura, perdendo il vantaggio dell’edizione economica di un titolo già pubblicato” spiega Alberto Rollo, direttore editoriale di Feltrinelli. L’operazione culturalmente ha però un bel precedente storico, osserva: il Fermo e Lucia e la ‟Ventisettana”, alle spalle dei Promessi sposi. ‟Io credo che un autore non debba di necessità crescere di romanzo in romanzo, ma possa e debba crescere anche su uno stesso” aggiunge Rollo. Senza scomodare Manzoni, vuol dire che bisogna trovare spazio, anche oggi, per una scrittura meno usa e getta. Tutti contenti nasce da un’indagine su un orfanotrofio siciliano. Raccolta una mole di testimonianze, l’inchiesta si è trasformata in un’opera di fiction: la storia di Nino Motta, tipografo sessantenne che abbandona la famiglia per tornare, da Milano, nella sua Messina e lì ritrovare la verità sul suo passato di bambino accolto alla Casa del Fanciullo. Tutti contenti è un romanzo che ha un’interiore strana forma geometrica: è un cono che si allarga, assomiglia a un solido di Escher. Il protagonista parte dalla vetta, il granello di tempo su cui, smemorato com’è, poggia, consapevole solo del suo trantran di marito e padre e, incontrando sotto le false vesti di Matteo Dolci, giornalista, i compagni d’infanzia e giovinezza, conquista brano a brano una memoria che si allarga. Al fondo della quale si cela l’estrema verità su suo padre, l’ottantenne Antonio l’Americano, e sua madre, la diciassettenne Marietta. Di Stefano, in questa nuova edizione, ha eliminato uno dei compagni di collegio del protagonista, Basile. In effetti Basile, preda di una sua cantilena infantile e perversa, non aggiungeva, come tutti gli altri, un fuscello al nido di memoria che Nino Motta andava costruendosi. Così, eccolo uscire dal romanzo e portare altrove il suo racconto. Era L’erede, al singolare, il titolo del libro-inchiesta che Gianfranco Bettin dedicò nel 1992 a Pietro Maso, autore l’anno prima con tre amici, Giancarlo Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato, della mattanza dei suoi genitori, Antonio Maso e Rosa Tessari, allo scopo di ereditarne i beni, un miliardo e mezzo di lire tra casa e campi. Nell’Erede Bettin si confrontava con quell’abisso nero pece e cercava di ricostruire una rete di responsabilità non ovvia nel mondo adulto, la banca che aveva rifornito quei ragazzi di venticinque milioni a credito, il bar che li lasciava giocare d’azzardo, gli amici che sapevano che volevano accoppare i genitori di Maso. Ora il titolo è diventato plurale, Eredi, perché Bettin appaia a quella storia quella di Erika e Omar, i ‟fidanzatini” che il 21 febbraio 2001 hanno ucciso la madre e il fratellino di lei. E in modo più approfondito prosegue la ricerca ispirata dall’interrogativo che, all’epoca del caso Maso, pose padre David Maria Turoldo: ‟Io mi chiedo se proprio quei figli che noi siamo tentati di definire come mostri non siano invece i figli più logici, più sinceri, più coerenti al sistema di cui noi stessi siamo attori e protagonisti?”. Poi s’addentra nell’altro abisso, la vicenda di Erika e Omar. E, per somiglianze coi giovani di Montecchìa, ma più per dissimiglianze, cerca l’abbagliante cupa luce che ne indichi il senso. Eredi è una riscrittura nata da una necessità che avremmo voluto non s’imponesse: ci racconta come dopo il caso Maso il ‟nero Vangelo” - secondo l’espressione di padre Turoldo - non abbia smesso di dettar legge nell’Italia dei nostri anni.

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