‟Off the list”, via dalla lista, scandivano nei giorni scorsi a Bruxelles, a pochi passi dal palazzo dov’erano riuniti i capi di governo europei, alcune migliaia di manifestanti iraniani arrivati da diverse parti d’Europa. In abito bianco e foulard rosso, Maryam Rajavi, la leader dei Mujahiddin del Popolo (Mek, organizzazione del popolo combattente), si presentava come ‟la presidente eletta della resistenza iraniana”. Ma i 27 paesi europei hanno rifiutato di togliere il Mek dall’elenco delle organizzazioni terroristiche. Per ora. Perché l’offensiva ha avuto già un primo successo ora che la corte europea, alla quale i Mujahiddin si erano appellati, si è pronunciata contro il congelamento dei loro beni, una delle limitazioni sancite contro i gruppi terroristici. Molti deputati europei sono ben disposti nei loro confronti (40 già chiesero l’anno scorso la cancellazione), per non parlare di membri del Congresso a Washington.
‟Appoggiare un gruppo che si è reso colpevole di gravissime violazioni dei diritti umani è un errore gigantesco” dice Joe Stork, un portavoce del Human Rights Watch che ha stilato 28 pagine di accuse nei loro confronti. Ma chi sono veramente questi Mujahiddin e Khalk che per la loro origine marxista trovano porte aperte anche a sinistra, e si presentano come ‟alternativa democratica alla teocrazia” mentre accumulano quantità enormi di denaro di oscura provenienza (quando nel 2003 la polizia francese fece irruzione nella loro sede di Auvers sur Oise, in Francia, sequestrò tra le altre cose 9 milioni di dollari in contanti) e obbligano i seguaci al culto della personalità e all’obbedienza totale? Approfittano dell’ignoranza diffusa sulle cose iraniane, che impedisce a molta gente di rendersi conto che un gruppo che non si è mai fermato davanti a nulla per ottenere il potere, si è alleato con Saddam e ha commesso ogni sorta di crimini, non può certo essere un aiuto per il popolo iraniano nella sua battaglia per la democrazia, dice l’analista e oppositore del regime Bahman Nirumand.
Teheran accusa gli Usa di infiltrare i Mujahiddin come agenti provocatori nelle regioni di confine dove vivono le minoranze arabe, azere e baluchi, per fomentare i contrasti etnici. 3800 membri dell’organizzazione vivono infatti tuttora nel campo di Ashraf, a nord di Baghdad, sotto protezione e denaro americano. I leader vanno e vengono scortati dai soldati Usa. Quando le truppe americane entrarono in Iraq quattro anni fa, pur disarmandoli, garantirono ai Mujahiddin del popolo una speciale protezione. Il governo di Al Maliki sta cercando ora di espellerli dall’Iraq, scrive il Washington Post, e il tribunale speciale che ha processato Saddam ha annunciato che sarà avviato un processo nei confronti di un centinaio di loro membri. Secondo Scott Ritter, ex capo delle ispezioni Onu sugli armamenti iracheni e autore del libro "Obbiettivo Iran", in Iraq il Mek era diventato una potente ala militare del Mukhebarat, i servizi di sicurezza di Saddam.
Anche se si apre la homepage del Dipartimento di Stato il Mek figura tra i movimenti terroristici. Ma l’intelligence americana si è sempre fidata delle loro informazioni. Spesso tuttavia queste hanno dato un’idea sbagliata della situazione in Iran, dipingendo una dittatura sull’orlo del collasso, facilmente rovesciabile da un’insurrezione interna. ‟Se Washington non avesse ricevuto queste false informazioni durante il secondo mandato di Khatami, la teocrazia non si sarebbe sentita così in pericolo da scegliere un presidente come Ahmadinejad”, dice un politico riformatore a Teheran. Per la Cia conta soprattutto che sia stato il Mek a rivelare i programmi nucleari segreti di Teheran. Ma Scott Ritter sostiene invece che l’informazione veniva da Israele ed era stata convogliata ai Mujahiddin da Michael Ledeen e altri neocon perché avesse maggiore risonanza.
Il Mek si era formato negli anni ‘70 durante la lotta contro lo scià. Dopo la vittoria di Khomeini, quando i rivoluzionari che non seguivano la linea khomeinista furono perseguitati e eliminati, i Mujahiddin del Popolo, rifugiatisi in Iraq, combatterono a fianco di Saddam, perdendo in questo modo ogni simpatia tra il popolo iraniano. Ora per chi si pente e esce dal movimento (per farne parte bisogna rescindere tutti i vincoli familiari, abbandonare mogli, mariti e figli) Teheran ha promesso il perdono.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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