Gli ‟operari”, come li chiamano, ‟devono amare l’azienda”. È vero che ha incassato una montagna di soldi statali senza mai aprire. Vero che ha avuto i macchinari per lavorare decine di tonnellate di oro l’anno senza mai entrare in produzione. Vero che in ventidue anni non ha mai sfornato una sola collanina e che l’inchiesta sulle vecchie gestioni è finita in rinvii a giudizio per truffa e bancarotta. Ma perché il ministero vuole indietro i soldi? Poche storie illustrano come quella della ‟Siloro” il modo in cui sono stati buttati via centinaia di milioni di euro nel tentativo (illusorio per quelli in buonafede, canagliesco per quelli in malafede) di sfruttare i fondi per la ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia per tentare una nuova industrializzazione del Mezzogiorno. Siamo a Tito, a una manciata di chilometri da Potenza sulla strada che dall’Autosole porta al capoluogo. A pochi passi da quell’area industriale di Baragiano dove ogni posto di lavoro venne a costare un milione e 800 mila euro di oggi. E da quella di Balvano costruita a mille metri di altezza per fare un piacere alla Ferrero giacché, fu spiegato davanti alla commissione d’inchiesta guidata da Oscar Luigi Scalfaro, ‟dicevano che lassù le merendine lievitano meglio”. Soldi, soldi, soldi! Pareva ci fossero soldi per tutti, prima che l’Europa ci costringesse ad essere più virtuosi. E nel grande affare, che vide salire i comuni ‟terremotati” da 36 a 687, si fiondarono avventurieri senza altra intenzione che spillare denaro allo Stato presentando progetti faraonici. Come quello, appunto, di un’impresa orafa italo-cinese per lavorare annualmente quaranta tonnellate di oro per i mercati asiatici. All’inizio si chiamava ‟Memofil”: defunta. Poi ‟Centro Orafo”: defunta. Poi ‟Cripo”: defunta, con lo strascico di un’inchiesta per truffa aggravata. Poi ‟Orop”: defunta. Ma la ditta, a ogni collasso, mostrava d’aver più vite di un gatto. Merito d’un elisir: i finanziamenti che incassava per rilanciare il nuovo rilancio seguito ai primi rilanci in un delirante spreco di soldi pubblici che anni dopo avrebbe portato, come dicevamo, a un processo istruito da Henry Woodcock. Col rinvio a giudizio per bancarotta fraudolenta, firmato dal gip Rocco Pavese, dei vertici aziendali a partire da un certo Mauro Nardelli, della moglie e di una giovane e disinvolta avvocatessa potentina, Francesca Fassano. Intanto gli anni passavano. Senza che la ‟fabbrica” aprisse i battenti, assumesse gli operai concordati con il governo, mettesse finalmente in moto i macchinari. E senza che i cinesi, a partire dal consorzio ‟Bejing Art & Craft” costituito inizialmente da 58 imprese, realizzassero quello che sbandieravano sui documenti addirittura come ‟il più importante investimento di Pechino in Europa”. Quei discoli di Cuore, a un certo punto, se ne uscirono con un titolo indimenticabile: ‟Italia, tu tilato noi ploplio glosso pacco”. Ma in realtà chi facesse il furbino non è affatto chiaro. Basti dire che la ‟Orop”, a dispetto del processo per bancarotta, è ancora pimpante su Internet dove smista i clienti a comprare prodotti online della ‟Cre@ttiva” e di ‟Madeinitalyart” (slogan: ‟l’eccellenza del made in Italy”) spiegando che si tratta di anelli e bracciali, collane e parure frutto della maestria dei nostri orafi nazionali. Di dove? Boh... Certamente, non di Tito. Per insegnare il mestiere agli operai della Basilicata, dove non c’è la tradizione di Vicenza, Arezzo o Valenza Po, la Regione arrivò perfino a pagare profumatamente un corso professionale. Che avrebbe dovuto essere fatto da una impresa berica, la ‟Lucente”. Che però, quando tutto veniva spacciato a Potenza come ormai in dirittura d’arrivo, mandava ancora sullo stabilimento, ormai ridotto negli anni a un capannone scrostato, lettere allarmate (‟non esiste impianto elettrico, non esiste impianto ad idrogeno e ad ossigeno, gli scarichi non sono adeguati, i camini non ci sono, non esiste un sistema d’allarme...”) fino a decidere di lasciar perdere. Andò a finire che la ‟Oxford School” di Potenza, nonostante la rottura coi vicentini, il corso lo fece lo stesso. Incassando dalla Regione 400mila euro. ‟Un’enormità. Lo cominciarono in 60, lo finirono in 32”, denuncia Pietro Simonetti, che da lustri segue questo tormentone industriale un po’per Rifondazione Comunista e un po’per passione civile. Finché, dai e dai, i cinesi si decisero ad assumere davvero ventotto persone. Le prime dopo due decenni di tira e molla. Per avviare la produzione? Macché: per incassare i 18mila euro che la Basilicata dà alle imprese per ogni assunzione. O almeno questo pensarono in Regione. Bloccando il pagamento. Un messaggio chiaro: la telenovela doveva finire. Opinione condivisa, finalmente, da Pierluigi Bersani. Che alla fine del 2006 ha rotto gli indugi firmando la revoca di ogni finanziamento. Di più: ogni centesimo dovrà essere restituito. Per un totale di 13 milioni di euro. Da sommare ai dieci che lo Stato ha già chiesto indietro ai furbi con una causa civile. I cinesi l’hanno presa malissimo. Tanto più che gli operai, vista la piega presa dagli eventi, sono scesi in sciopero. Tirandosi addosso l’ira funesta dell’uomo forte Wang Zhonghui e dei due soci, Yang Gang e Chang Lili. I quali hanno inviato pochi giorni fa al ministero del Lavoro e ai sindacati una lettera ortograficamente e politicamente irresistibile. Dove, ricordando come i corsi fossero diretti a insegnare agli ‟operari” anche ‟l’addestramento dello spirito di lavorare”, denunciano fantomatiche forze che avrebbero ‟istigato” i dipendenti a fermarsi causando all’azienda un ‟influsso negativo”. E via così. Il meglio, però, è nella chiusa: ‟Gli operari devono amare l’azienda, mettere il beneficio dello sviluppo dell’azienda sul primo posto”. Alla ‟Sinoro” non è mai entrato un grammo d’oro e non è mai uscito un orecchino? Dettagli, dettagli...
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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