Citerò alcune frasi della settimana. Sono esempi che ci raccontano di un mondo finto, finto come Disneyland e i suoi parchi a tema. In molti nostri discorsi politici ci aggiriamo fra imitazioni della realtà in cartapesta, e non un solo telegiornale o severo commentatore che ci ammonisca: attenzione, state attraversando un paesaggio imitato e inventato; evidentemente serve, di volta in volta, per sostenere una tesi o un punto di vista campati in aria.
Oggi attraverserò tre parchi a tema, tra cui si aggirano ammirati i politici, anche di sinistra, sempre pronti a battersi una mano sulla fronte mentre contemplano il finto paesaggio per dire: ‟Ah, è così. Ma allora ci eravamo sbagliati!”. I cittadini no - i cittadini assistono scettici o non persuasi. Non sanno a chi credere (l’opposizione tuona nel vuoto, il governo mormora) ma sentono che qualcosa non quadra. Non sono privi di memoria e la diffidenza sale.
Il primo parco a tema è il mercato, appena definito ‟sacro” dal portavoce unico del governo. Per la precisione, ‟sacro” è il consiglio di amministrazione di Telecom. È una affermazione che avrebbe fatto sorridere Rudolph Giuliani, ai tempi in cui era magistrato (United States District Attorney) e ha fatto saltare, con incriminazioni, arresti e condanne, una quindicina di austeri e disonesti Consigli di amministrazione di Wall Street. E - credo - lo farebbe sorridere anche adesso.
Il secondo villaggio finto che attraverseremo oggi è la politica americana sottoposta al dio corrucciato George W. Bush, a cui non si deve dispiacere perché potrebbe vendicarsi con i suoi fulmini. Ci fanno vedere un paesaggio immobile che chiede disciplina, subordinazione e guerra dei volenterosi, come se i grandi giornali americani, dagli editoriali alla cronaca, non ci dessero dettagliate notizie del più vasto e profondo cambiamento di tutta la vita pubblica americana negli ultimi due decenni.
Nel terzo villaggio di cartapesta vediamo una Italia infingarda che libera sotto banco un ostaggio italiano ad opera di uno infido centro sociale di nome ‟Emergency” tramite un avventuriero chiamato Gino Strada che - in cambio di un solo ostaggio - mette in pericolo tutto l’Occidente facendo scivolare fuori dalla prigione di Kabul i peggiori arnesi del terrorismo.
Ma nel lato solare del villaggio risiede la dignitosa e serena Inghilterra che riceve in restituzione i suoi quindici ostaggi (tutti militari in azione, non ingombranti giornalisti) come ‟dono” del presidente iraniano senza una trattativa, senza un cedimento, senza un cenno di scambio. Provvedono le maggiori agenzie di stampa inglesi e americane a non fare cenno all’evaporare dalla detenzione di alcuni diplomatici iraniani arrestati a Baghdad e scambiati erroneamente per agenti del terrorismo sciita in quel Paese.
Vediamo.
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La ‟sacralità del mercato”, ovvero il saggio e pacato ammonimento ‟lascia fare al mercato, il mercato non sbaglia”, è una espressione che non si usa più dai tempi di Dickens e della prigione per debiti. Il mercato è un bene, come l’acqua. Nessuno direbbe: lasciate fare all’acqua. C’è una differenza fra irrigazione e inondazione.
Altrimenti come spiegare che liberisti puri e sdegnosi di ogni controllo come i presidenti conservatori americani Herding, Coolidge e Hoover avrebbero spinto al disastro un Paese ricco ma affidato esclusivamente alla guida sacra di privati Consigli di amministrazione (la spaventosa crisi del 1929 che ha quasi liquidato la potenza americana) e presidenti ‟socialisti” come Franklyn Delano Roosevelt, deciso a considerare altrettanto sacri gli interessi di tutti i cittadini, e non solo i Cda, hanno salvato ricchezza e potenza americana e restituito le imprese, con rigide regole, agli imprenditori capaci, dopo il suicidio degli allegri profittatori della sregolatezza? Altrimenti perché un presidente come John Kennedy, che nella vita privata era anche un agiato protagonista del libero mercato, avrebbe ingaggiato (vincendo) una lotta durissima e pubblica contro gli industriali dell’acciaio, bloccando l’impennata di prezzi che gli interessati descrivevano come ‟voluta dal mercato”? Da allora il mercato americano si è sempre più svincolato dalla politica, ovvero dagli interessi generali. Si è costituito come gruppo di potere capace di imporre scelte, consumi e prezzi ai cittadini americani e del mondo (si veda l’esemplare saggio di Vicky De Grazia, storica della Columbia University, ‟L’impero irresistibile”). Da allora ha smantellato i sindacati, intimidito la politica e imposto un mondo in cui ‟mercato” vuol dire che ogni cittadino, da solo, si confronta col peso enorme di alcune grandi imprese. E ciascuna di quelle imprese è impegnata in una lotta che riguarda i rapporti di forza fra le rispettive aree di mercato e di prodotti e non si confronta mai con la esigua possibilità di risposta del cittadino consumatore.
Ma persino nell’epoca estrema del liberismo di Reagan, Bush primo, Bush secondo, ci sono limiti di interesse nazionale che l’insieme governo-imprese non può ignorare.
Esempio: quando Rupert Murdoch, che è tutt’altro che estraneo al mondo dell’impresa americano, ma è cittadino australiano e suddito inglese, ha tentato l’acquisto della Cnn tramite il gruppo Warner Communication, la reazione americana, imprenditoriale, politica, e di pubblica opinione, è stata durissima.
Dopo poche e affrettate dichiarazioni di rispetto del mercato, ogni espediente tecnico, ogni cavillo legale, ogni insinuazione giornalistica e ogni dichiarazione politica sono stati gli strumenti congiunti per spingere Murdoch a ritirarsi dall’impresa.
Per esempio, capitali non americani (in particolare tedeschi) hanno raggiunto frammenti di telefonia mobile Usa. Ma l’intero sistema delle comunicazioni americane soggiace, per ragioni di sicurezza nazionale e internazionale, a una vasta rete di controllo pubblico, militare e civile, sotto i due ombrelli di Echelon (l’occhio e l’orecchio in grado di raggiungere ogni angolo del pianeta) e della N.S.A., la National Security Agency che ha accesso a tutte le reti di comunicazioni americane. Esse, di volta in volta, rispondono (come è sempre avvenuto dopo l’11 settembre, persino contro il parere della magistratura e le obiezioni della opinione pubblica, della stampa, di una parte della politica) alle missioni assegnate dal Governo. Il risultato è un mare di intercettazioni, la ragione è la sicurezza. Ma le conseguenze sono evidenti: c’è un rapporto ferreo fra comunicazioni e interesse nazionale. Il Paese del capitalismo accetta una vasta presenza e interferenza dello Stato nei contenuti e scopi della comunicazione. Possiamo pensare che tutto ciò non abbia rilievo anche nell’assetto delle strutture aziendali e degli aspetti di azionariato?
Questo non è un giudizio, è una constatazione. Ci dice che quando noi, in Italia, ci accingiamo a celebrare l’indomita e intoccabile autonomia (anzi ‟sacralità”) del mercato stiamo visitando un parco a tema che sta alla vita come i castelli di Walt Disney stanno alla Storia. Sono suggestivi ma non sono veri.
L’America di George W. Bush è l’altro villaggio a tema. L’idea, imposta con vigore da quel libero mercato berlusconiano che è il pensiero unico Bondi-Schifani-Martino che dispone di una bella fetta di editoria, di televisioni, di telegiornali del duopolio e di intimidazione (che resta inalterata, non si sa mai) di un buon numero di addetti ai lavori, vuole che l’America di Cheney-Bush, intollerante di ogni esitazione o debolezza di chi non combatte, ci sia ancora, sia intatta e domini, con consenso e obbedienza, l’opinione del mondo libero. Se fosse così, la deputata Nancy Pelosi, che va in Siria ad aprire un contatto con il presidente di quel Paese-canaglia sarebbe una fuoriuscita del sistema politico americano. Invece Nancy Pelosi è la presidente della Camera, è la terza carica dello Stato. A differenza di Cheney, è stata clamorosamente e largamente eletta dai cittadini per fare esattamente quello che fa: smontare la guerra e avviare un processo di pace. Prima iniziativa: chiedere ai membri del Congresso di non usare mai più l’espressione (così cara a George Bush) ‟guerra al terrore”, ma di chiamare invece le cose con il loro nome: ‟guerra in Iraq”, ‟guerra in Afghanistan”. Seconda iniziativa: allontanare dalla guerra uno dei più potenti e minacciosi nemici di Israele, la Siria appunto. Nancy Pelosi, terza carica dello Stato, alla testa della maggioranza politica e di opinione pubblica americana vigorosamente anti-Bush, è la protagonista del nuovo paesaggio americano. Ma noi, politica, media e cittadini italiani, dobbiamo abitare il finto villaggio Usa in cui Bush e Cheney vanno alla guerra finale insieme a Berlusconi, a Martino e ai volenterosi. Chi si oppone è un traditore filo-islamico e comunista. E dobbiamo immaginarci un nostro primo ministro trepidante che aspetta finalmente di essere ricevuto (in piedi e a distanza, si immagina) da un irato e onnipotente presidente Bush. A nome di tutto quel Paese (che invece non rappresenta più) dirà che non ci perdona di avere esitato sul raddoppio della base militare di Vicenza. Nella realtà, la nuova Commissione Esteri del Senato americano considera bloccate tutte le spese militari americane, salvo il sostegno ai soldati, ma solo fino al 2008.
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Avventuriamoci adesso nei viottoli del parco a tema degli ostaggi italiani. In questo finto villaggio siamo arrivati al punto che la maggior parte di noi, anche a sinistra( come è accaduto l’altro giorno al Senato), ha votato un ordine del giorno che prescrive: ‟d’ora in poi per liberare ostaggi italiani, il Governo italiano dovrà attenersi alle regole concordate con gli alleati”. Ora, l’aspetto triste e umiliante di questo ordine del giorno, che - ripeto - molti di noi, anche a sinistra hanno votato, è che non esistono regole degli alleati sugli ostaggi. Tutti tuonano che non si deve trattare, e tutti trattano. Non esistono anche perché nessuno Stato sovrano può rimettere a ad accordi o norme stabilite da un altro Stato la salvezza dei propri cittadini.
Qualcuno ha avuto l’impressione che Tony Blair si sia consultato con noi per la liberazione (apparentemente inspiegata e miracolosa) dei suoi marinai? Qualcuno ci ha fatto sapere come e chi trattava con chi - anche attraverso gli americani, in relazione all’arresto in Iraq di diplomatici (o sedicenti diplomatici) iraniani?
È vero che Tony Blair non ha di fronte a sé, alla Camera dei Comuni, una opposizione urlante che si alzerà ad accusarlo di ogni turpitudine per avere portato a casa sani e salvi i suoi marinai. La sua opposizione, per spirito di orgoglio nazionale, farà finta di non sapere con che cosa e con chi sono stati scambiati i marinai inglesi. Certo il governo di un Paese non secondario come l’Iran non cattura e poi libera quindici marinai britannici per un colpo di testa da dimenticare.
Ora per gli inglesi tutto è risolto con la liberazione dei marinai. Per noi tutto continua, comprese le accuse alla rispettabilità e alla dignità di Gino Strada e del suo rappresentante Ramatullah Hanefi. E si capisce benissimo che dovremmo dimenticarci in prigione a Kabul l’uomo che, per conto del governo italiano, ha liberato Daniele Mastrogiacomo. A questo punto il villaggio disneyano del teppista Gino Strada e delle sue-nostre malefatte per liberare in modo evidentemente subdolo e disonesto il nostro ostaggio (che non è neanche un militare di sua maestà sconfinato) finisce. E ci ritroviamo nella realtà.
La realtà ci obbliga a riconoscere che nessun mercato può imporci di restare senza telefonia italiana, nessuna illusione disneyana, per quanto sostenuta dal meglio delle tv berlusconiane di proprietà o di fede ci può far credere che Bush sia, oggi, l’America, e guai a dispiacergli e dire le stesse cose che dicono Camera e Senato di quel Paese sulla guerra in Iraq e in Afghanistan.
E nessuna alleanza ci esime da due impegni d’onore: liberare, come se fosse nostro cittadino, l’interprete di Mastrogiacomo rimasto in mano dei talebani; ed esigere che torni libero l’uomo che ha liberato il giornalista italiano. È urgente che ciò avvenga. Infatti Ramatullah Hanefi dovrà venire al più presto in Italia per ricevere l’onorificenza di cui la Repubblica italiana gli è debitrice. Occorre farlo sapere subito al Primo ministro afghano Karzai, che l’Italia si è impegnata a difendere con un rischio e un costo altissimo, e che trattiene senza spiegazioni nella sua prigione il mediatore del governo italiano.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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