Mario Lozano con l'avvicinarsi del processo contro di lui per l'uccisione di Nicola Calipari si difende: ‟dovevo sparare. Ho fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi soldato nella mia posizione”. Questo è probabile, infatti ogni giorno muoiono civili indifesi sotto il fuoco Usa in Iraq. Il modo migliore per difendersi tuttavia sarebbe quello di farlo al processo che inizierà a Roma il 17 aprile. Non ritengo Mario Lozano il principale responsabile di quello che è successo la notte del 4 marzo 2005 a Baghdad, ma per evitare di diventare il capro espiatorio (cosa che non auspico) il modo migliore è di raccontare la verità. Tutta. Purtroppo quello che finora abbiamo sentito dire da Mario Lozano è esattamente la ripetizione della versione dei fatti fornita dal comando statunitense a Baghdad, già smentito dal rapporto Campregher-Regaglini (i due rappresentanti italiani nella Commissione d'inchiesta militare americana) e soprattutto dall'inchiesta della magistratura italiana che ha portato al rinvio a giudizio di Lozano per omicidio volontario politico di Nicola Calipari e tentato omicidio volontario mio e di Andrea Carpani, l'altro agente del Sismi che viaggiava con noi. Oltre al fatto che non ci sono stati i segnali di avvertimento e la macchina non andava a velocità sostenuta, come abbiamo testimoniato, l'inchiesta ha verificato - facendo controllare da esperti la macchina su cui viaggiavamo - che la macchina è stata colpita da 58 proiettili, 57 sparati contro i passeggeri e uno, l'ultimo, contro il motore della macchina quando la macchina era già ferma. Siccome i colpi erano tanti sicuramente ne saranno arrivati altri anche sul selciato, come sostiene Lozano, ma i 57 contro i passeggeri non erano certo per fermare l'auto. Infine voglio rassicurare Lozano, certo, purtroppo, sono famosa, ma sicuramente non ricca. Del resto noi comunisti non siamo così venali.

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