Sarebbe troppo semplice dire che con Kurt Vonnegut scompare uno dei più importanti autori di science-fiction della seconda metà del secolo scorso, anche se è attorno a questa definizione che si gioca buona parte del suo apprendistato letterario e della sua stessa, lunga attività di scrittore. Il fatto è che per Vonnegut l’adesione a un universo di rappresentazione fortemente dominato dall’evenienza fantastica non ha mai, o quasi mai coinciso con la scelta di un genere definito. I suoi romanzi, da quello d’esordio, del 1952, Distruggete le macchine, alle opere più tarde, come Galapagos o Cronosisma, hanno sempre intrattenuto, con quel genere, un atteggiamento per così dire interlocutorio, dove sotto gli abiti della fantascienza si è sempre celato un atteggiamento di distacco, e insieme di ostinata ricerca di un rapporto privilegiato con il pubblico. Accade spesso, nei romanzi dello scrittore di Indianapolis, di trovare un narratore che a un certo punto esce fuori allo scoperto rivelando alcuni connotati che rimandano direttamente all’identità dell’autore. Anche per questo Vonnegut non è autore di genere. Perché sia tale, dovrebbe manifestare, nei confronti del modello narrativo prescelto, una sorta di fedeltà che nell’autore di Ghiaccio-Nove è sempre latitante, se non assente del tutto. Al contrario, c’è in questo scrittore un atteggiamento strumentale nei confronti della stessa forma del romanzo. Esso viene accettato come un contenitore vuoto, all’interno del quale disporre a proprio piacimento le proprie predilezioni e ossessioni.
Può forse sembrare strano che in un autore così votato all’ironia e all’understatement tali predilezioni si orientino in buona parte attorno alla parola ‟morte” e a tutto ciò che inevitabilmente la circonda. Eppure, oltre che di una scelta di argomento, si tratta di qualcosa che appartiene alla stessa biografia dello scrittore, dal suicidio della madre, quando lui aveva ventidue anni, proprio il giorno della mamma, alla sua esperienza di soldato durante la seconda guerra mondiale e di prigioniero dei tedeschi a Dresda, dove assiste al bombardamento americano che causò 135.000 vittime e la pressoché totale distruzione della città. Il giovane Vonnegut fu uno tra i sette soldati americani sopravvissuti al bombardamento (si salvò trovando riparo in un rifugio ricavato da un magazzino sotterraneo per la carne, chiamato, guarda caso, Mattatoio n. 5), e con i suoi compagni dovette occuparsi del compito di rimuovere i cadaveri dei civili, compito quasi impossibile vista la loro entità numerica. E poi ancora la morte prematura della sorella e la conseguente adozione dei suoi tre figli, e il tentativo di suicidio nel 1985, fino ad arrivare all’incendio di casa sua a Manhattan, nel 2000, quando si salvò per miracolo dalle fiamme causate da una sigaretta lasciata accesa. Ma non è tanto l’aspetto biografico a essere dominante, quanto la vera e propria messa in scena che di esso viene allestita sulla pagina. Nei romanzi più celebri di Vonnegut, da Mattatoio n. 5 a Ghiaccio-nove a Dio la benedica, Mr. Rosewater, la morte, sia essa quella di persone care o di lontani sconosciuti, accada nel proprio letto o in circostanze estreme e quasi inverosimili, è l’elemento che nella narrativa dello scrittore americano fa scattare il distacco ironico, onnipresente nelle sue opere. Un distacco che agisce principalmente in funzione di quel rapporto privilegiato con il lettore a cui accennavo prima, e che è reso possibile a partire da una presunta e voluta identità tra il narratore e l’autore stesso. Insomma, quando Kurt Vonnegut appare sulla pagina, presentandosi con i propri connotati e destituendo il narratore della sua identità altra e fittizia, è per disorientare il lettore, che si era già affezionato all’evolversi di questa o di quella vicenda, magari fantastica. Per riportarlo, diciamo così, con i piedi per terra, e ricondurlo, come un vecchio amico, ai problemi e alle incombenze di ogni giorno, di una vita sempre comune.
Per quanto possa sembrare paradossale per un autore di molti romanzi di fantascienza, per Vonnegut conta sempre e soprattutto il presente, da osservare, discutere, criticare, dissacrare. È per questo che nelle opere di Vonnegut, e non solo in quelle di non-fiction, è spesso presente un elemento saggistico, di quella che, un tempo, si sarebbe chiamata critica sociale. Un atteggiamento necessariamente ironico, che tocca spesso i temi della politica (fino ad arrivare alle recenti durissime critiche all’amministrazione George W. Bush) ma anche quelli di una morale quotidiana, del buon senso comunemente inteso.
C’è stato un momento in cui Kurt Vonnegut si è trovato molto vicino ad abbandonare definitivamente la scrittura e a cambiare davvero mestiere. Risale agli anni ’60, quando dallo stato di New York, dove lavorava per la General Electric nel campo delle relazioni pubbliche si trasferì nel midwest, ad Iowa City, accettando un lavoro al prestigioso Creative Workshop dell’Università locale. Più volte, in seguito, ha raccontato di come gli anni trascorsi in quella campus town piuttosto sperduta in mezzo all’America, tra campi di granoturco e allevamenti di bovini, siano stati importanti per la sua carriera e di come il suo contatto con gli studenti lo abbia aiutato a sollevarsi da una condizione di aridità creativa, se non di aperta sfiducia nei confronti delle proprie capacità di scrittore. Sta di fatto che proprio ad Iowa City ha iniziato a scrivere quello che sarebbe diventato il suo romanzo più venduto e più famoso, Mattatoio n. 5, e che proprio a partire da allora la sua vita di autore sarebbe cambiata, rendendolo nel giro di poco tempo uno scrittore di culto. Chi scrive ha avuto il privilegio di conoscerlo proprio in quella città, molti anni dopo. Era la fine dell’estate del 2001, poco prima dell’undici settembre, e mi trovavo là con un incarico di writer in residence all’università, assieme ad altri scrittori stranieri. Un giorno vengo a sapere che Vonnegut è in città, e che incontrerà gli studenti del creative workshop. Vengo invitato ad assistere, e così mi ritrovo in una saletta gremita di ragazzi. Poco dopo entra Vonnegut. La prima cosa che fa è tirar fuori da una tasca della giacca un portacenere, preso chissà dove (inutile dire quanto fosse vietato fumare ovunque in quella città) e un pacchetto di sigarette (rigorosamente Pall Mall senza filtro). Poi si siede, si guarda attorno e dice ad alta voce: ‟C’è ancora qualche vergine qui?”. Nessuno risponde. Inizia l’incontro, con domande troppo compite fatte da studenti troppo perbene, alle quali lo scrittore risponde con una certa insofferenza. Alla fine dell’incontro torno nella mia stanza d’albergo ed esco poco dopo per andare a correre un po’. Su una panchina incontro di nuovo Vonnegut, e non mi lascio perdere l’occasione. Mi presento, ci stringiamo la mano, gli dico chi sono e che cosa ci faccio lì. Lui mi guarda e mi dice ‟Vada via al più presto. È la Cia che la paga!”. Dio la benedica, Signor Vonnegut.
Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut (Indianapolis, 1922 - New York, 2007) nacque in una famiglia colpita dalla Grande Depressione del ’29. Nel 1940 si iscrisse a biochimica all’università, poi andò sotto le armi e da prigioniero dei tedeschi assisté al bombardamento di Dresda. Tornato in America, ha studiato antropologia e ha fatto vari lavori fra cui il cronista, nello stato di New York. Esordisce come scrittore nel 1950 e pubblica il suo primo romanzo, Piano meccanico, nel 1952. Membro dell’American Academy and Institute of Arts and Letters, è considerato uno dei massimi scrittori di fantascienza e uno dei maggiori autori americani. Con Feltrinelli ha pubblicato: Mattatoio n. 5 (2003), da cui è stato tratto il film di Roy Hill nel 1972, Ghiaccio-nove (2003), Un pezzo da galera (2004), Piano meccanico (2004), La colazione dei campioni (2005), Le sirene di Titano (2006), Madre notte (2007), Barbablù (2007), Ricordando l’Apocalisse (2008), Guarda l’uccellino. Racconti inediti (2012), Perle ai porci (2015), Il grande tiratore (2019) e, nella collana digitale Zoom, Da tutte le strade si alzeranno lamenti (2012).

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