Kurt Vonnegut è morto mercoledì a New York. Aveva 84 anni. Era in condizioni disperate per le lesioni cerebrali riportate in una caduta avvenuta alcune settimane fa. La notizia del decesso è stata data al New York Times dalla seconda moglie Jill Krementz, dalla quale si era separato nel 1991 ma con cui aveva mantenuto un saldo rapporto affettivo. Vonnegut era nato ad Indianapolis l’undici novembre del 1922, ed era molto orgoglioso che la data del proprio compleanno coincidesse con il giorno dell’Armistizio (la conclusione della Prima guerra mondiale). Diceva agli amici che quella data aveva sigillato sin dal primo respiro le sue convinzioni pacifiste, ricordandogli parallelamente che c’è sempre una guerra che è necessario interrompere. Era di famiglia agiata: il nonno era stato il primo ad avere la licenza di architetto nello stato dell’Indiana, ed il padre, che portava il suo stesso nome, esercitava con successo la stessa professione. Ma il benessere proveniva soprattutto dal lato materno: la madre Edith era la figlia di un miliardario di nome Albert Lieber, che aveva costruito la propria fortuna producendo la birra in tutto il midwest. Tuttavia, nel giro di pochi anni questa situazione di benessere scomparve drammaticamente: la Grande Depressione lasciò il padre disoccupato, ed erose gran parte della fortuna della madre. Il giovane Kurt Vonnegut venne mandato a scuola alla Shortridge High School, dove scoprì la propria passione per la scrittura, e divenne l’editore del primo giornale scolastico dell’intero paese, a cui diede il nome di Echo. Sin da allora caratterizzò il proprio approccio alla scrittura con un misto di anarchia e rigore, di pessimismo ed ironia, e l’esperienza del giornale scolastico si rivelò fondamentale per un approccio letterario basato su un rapporto diretto con il proprio pubblico.
Con l’idea di garantirgli un futuro solido, il padre lo convinse ad iscriversi alla facoltà di biologia della Cornell University sulle orme del fratello Bernard, che divenne in seguito un apprezzatissimo scienziato. Ma Vonnegut visse l’esperienza accademica con assoluta frustrazione, e mise tutta la propria passione nel lavoro redazionale per il Cornell Daily Sun. Riuscì ad evitare l’onta di essere cacciato per scarso rendimento arruolandosi nell’esercito, e venne spedito a combattere in Francia e poi in Germania. E’ l’inizio di un periodo caratterizzato da traumi che lo segneranno per il resto della sua esistenza: l’orrore di quanto vide in guerra fu trasfigurato in maniera evidente in Mattatoio n. 5, il suo libro più celebre e appassionante, ma alcuni episodi lasciarono sulla sua psiche delle tracce più nascoste, ma non per questo meno significative. Pochi mesi prima che venisse catturato dai tedeschi, la madre Edith si suicidò ingerendo una quantità enorme di barbiturici, ed il padre entrò in uno stato di depressione dal quale non si riprese sino alla morte. Durante il periodo della prigionia fu trasferito a Dresda dove fu costretto a lavorare in una fabbrica che produceva sciroppi, e la notte del 13 febbraio del 1945 assistette al bombardamento che rase al suolo la città, uccidendo più di centotrentacinquemila civili. Vonnegut riuscì a salvarsi nascondendosi nel sotterraneo del Mattatoio che diede in seguito il titolo al suo capolavoro.
Ma forse l’episodio che ne segnò maggiormente il carattere fu una rappresentazione tutta maschile di "Cenerentola" allestita da soldati inglesi all’interno dello stalag nel quale era rinchiuso: sino agli ultimi giorni ha raccontato come sia stata proprio la tenera assurdità di quell’evento a ridargli fiducia nella vita. Tornò in America alla fine della guerra e a Settembre sposò una compagna d’infanzia chiamata Jane Marie Cox, spiegando agli amici che «solo una moglie sarebbe andata a letto con uno come lui». Si trasferì quindi a Chicago, dove prese un master in antropologia e lavorò per il Chicago City News Bureau nelle pagine di cronaca nera. Trovò quindi lavoro alla General Electric e cominciò parallelamente a cimentarsi con la narrativa. Negli ultimi anni ha raccontato che la scrittura nasceva da una drammatica esigenza economica, ma non c’è racconto di quel periodo che non riveli una necessità puramente espressiva. La sua prima novella, intitolata Report on the Barnhouse Effect non ebbe particolare riscontro critico, e fu simile la sorte dei due primi romanzi Piano Player (considerato all’epoca un semplice esercizio di fantascienza) e The Sirens of Titan, ma alla fine degli anni Cinquanta i suoi racconti brevi cominciarono ad essere pubblicati, e dopo una esperienza come concessionario di automobili Vonnegut riuscì ad abbandonare il lavoro alla General Electric, vivendo unicamente della propria scrittura e di corsi privati di inglese.
Anche quegli anni furono segnati da una nuova serie di dolori: dopo la morte del padre, fu la volta dell’adorata sorella Alice, stroncata dal cancro a poche ore di distanza dalla morte del marito in un incidente di treno. Vonnegut decise di adottarne i tre figli, che si unirono da quel momento ai propri tre bambini. Negli anni a venire la famiglia si allargò ulteriormente con una nuova adozione, testimoniando un idealismo caratterizzato da una generosità concreta e costante. Una riflessione sull’assurdità dell’esistenza è alla base del suo primo grande romanzo, pubblicato nel 1961 ed intitolato Madre Notte, nel quale immagina che una spia americana nella Germania nazista venga arrestata e processata alla fine della guerra una volta che sono morti coloro che possono testimoniare di avergli affidato quel delicatissimo compito.
Lo sguardo di Vonnegut sulla prevalenza data all’apparenza sulla realtà è assolutamente disincantato, e la tragica ironia della situazione è il terreno fertile sul quale si stagliano una serie di personaggi indimenticabili. Il successo fu confermato da Cat’s Cradle, in egual misura esilarante e raggelante, e da God Bless You, Mr. Rosewater, a cui diede in origine il nome evangelico di Perle ai Porci, ma la consacrazione avvenne con il folgorante Mattatoio n. 5, scritto nel 1969, ed adattato successivamente sullo schermo da George Roy Hill. Buona parte della critica americana individua il successivo Breakfast of Champions come il momento più alto della sua espressione letteraria, ed è certo che il libro rifletta una dimensione spudoratamente autobiografica nel personaggio di Kilgore Trout, lo scrittore sulla cui tomba è scritto «stiamo bene nella misura in cui le nostre idee sono umane».
Lo sguardo ironico sulla violenta incomprensibilità dell’esistenza continuò in quegli anni ad essere messo alla prova da numerosi tormenti personali, quali la grave schizofrenia del figlio Mark, ed una forma di depressione che lo portò a tentare il suicidio. Scrisse con poco successo alcuni testi teatrali, e quindi, con una scadenza quadriennale, una nuova serie di romanzi, sui quali si staglia per inventiva ed humour nero Galapagos. Negli ultimi tempi aveva intensificato la sua attività di artista figurativo, e con l’ultima moglie, la fotografa Jill Krementz, aveva cominciato a frequentare la scena newyorkese dell’arte contemporanea. Dopo un lungo periodo di assenza dalla scena letteraria, durante il quale rischiò di morire nell’incendio della propria casa di Manhattan, aveva deciso di dare alle stampe Un uomo senza patria, avvertendo la necessità di esprimere al mondo intero il proprio disprezzo per il presidente Bush, e la preoccupazione per un mondo condannato all’autodistruzione.
A chi gli chiedeva come continuasse a sorridere sull’assurdità del mondo, spiegava che la risata è una risposta fisiologica, come le lacrime.
Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut (Indianapolis, 1922 - New York, 2007) nacque in una famiglia colpita dalla Grande Depressione del ’29. Nel 1940 si iscrisse a biochimica all’università, poi andò sotto le armi e da prigioniero dei tedeschi assisté al bombardamento di Dresda. Tornato in America, ha studiato antropologia e ha fatto vari lavori fra cui il cronista, nello stato di New York. Esordisce come scrittore nel 1950 e pubblica il suo primo romanzo, Piano meccanico, nel 1952. Membro dell’American Academy and Institute of Arts and Letters, è considerato uno dei massimi scrittori di fantascienza e uno dei maggiori autori americani. Con Feltrinelli ha pubblicato: Mattatoio n. 5 (2003), da cui è stato tratto il film di Roy Hill nel 1972, Ghiaccio-nove (2003), Un pezzo da galera (2004), Piano meccanico (2004), La colazione dei campioni (2005), Le sirene di Titano (2006), Madre notte (2007), Barbablù (2007), Ricordando l’Apocalisse (2008), Guarda l’uccellino. Racconti inediti (2012), Perle ai porci (2015), Il grande tiratore (2019) e, nella collana digitale Zoom, Da tutte le strade si alzeranno lamenti (2012).

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