Adesso che l’ombra di al-Qaeda d’improvviso si staglia su Algeri la blanche – grande capitale mediterranea prima ancora che africana – speriamo torni utile il ricordo delle inadempienze, della pavidità, dei pregiudizi accampati quindici anni fa dagli europei nel voltare le spalle al martirio del popolo algerino.
Parve comodo, allora, blaterare distrattamente di "morti misteriose" e di "guerra civile". Accomunando nella ferocia i massacri perpetrati dai gruppi islamici armati (Gia) alla cui testa già si distinguevano gli "afgani" reduci dal vittorioso jihad anticomunista in Asia; e la reazione spietata, implacabile della casta militare al potere, guidata dai generali éradicateurs (gli sradicatori). Non rimpiangeremo mai abbastanza la colpevole sottovalutazione dell’influsso esercitato sul radicalismo islamico dall’esperienza afgana: le brigate internazionali contro l’Armata rossa, una sorta di "guerra di Spagna" subito rilanciata nel Maghreb con lo scopo di abbattere i residui di un socialismo arabo già in crisi. Scommettendo sulla possibilità di frenare la transizione democratica di società evolute, contigue al modello occidentale. Altro che guerra civile, altro che morti misteriose. I benpensanti e le cancellerie che fino all’11 settembre 2001 ignoravano perfino il nome di Osama Bin Laden, hanno semplicemente rimosso il primo assalto islamista sul confine meridionale d’Europa. Centinaia di morti ogni giorno, per lo più sgozzati. Villaggi interi sterminati. Massacri quantitativamente più vasti, e a noi geograficamente ben più vicini, di quelli che dieci anni dopo avrebbe sofferto l’Iraq.
Con una buona dose di razzismo – la "nota ferocia" algerina – il tutto fu ridimensionato a scontro di fazioni interne a un popolo per sua natura violento: non era costata forse un milione di morti la guerra d’indipendenza antifrancese del Fln? Cosa volete che fossero centomila, centocinquantamila vittime in più, trent’anni dopo?
Del resto erano gli anni in cui noi europei faticavamo a distinguere le vittime dai carnefici pure nella guerra seguita alla dissoluzione della Jugoslavia: bastò la generica nozione di "balcanizzazione" per lavarcene le mani a lungo. Gli americani, poi, ridimensionavano i guerriglieri islamici come esotico accessorio funzionale alla vittoria nella guerra fredda. Con miopia, Ong autorevoli come Amnesty international e la Comunità di Sant’Egidio denunciavano le violazioni dei diritti umani da parte del regime algerino, ma ignoravano la resistenza di una società civile evoluta, guidata da donne e giornalisti coraggiosi che mettevano a repentaglio la vita per non sottomettersi al terrore dei "barbuti".
Sia detto per inciso: molti predicatori "neocon", oggi specializzati nell’"armiamoci e partite" del conflitto di civiltà, all’epoca rifiutavano ogni distinzione fra il presidente Zeroual, il generale Lamari, la femminista Messaoudi – da una parte – e gli emiri del Fronte islamico di salvezza (Fis) che affiggevano sulle bacheche delle moschee le liste degli infedeli condannati a morte. Fu deprecata l’invalidazione delle elezioni vinte nel 1991 dal Fis col 54% dei voti sull’onda di una campagna terroristica finalizzata all’instaurazione di uno Stato islamico (dimenticando che Hitler aveva conquistato nello stesso modo il potere nella Germania del 1933).
Così gli algerini si sono rassegnati alla loro solitudine. Hanno percepito l’ostilità della Francia, l’indifferenza dell’Unione europea. Hanno preservato un certo pluralismo politico e culturale, stringendo i legami necessari a sopravvivere. La Messaoudi è entrata nel governo di Bouteflika per limitare l’egemonia islamista. Si è tentata una difficilissima "riconciliazione nazionale", anche promettendo un’amnistia. Di modo che i terroristi salafiti sopravvissuti alla dissoluzione del Gia hanno visto ridimensionarsi il loro raggio d’azione, riuscendo a uccidere "solo" trecento persone all’anno.
Non c’è da stupirsi se poi la casta politico-militare ha preferito stringere rapporti con Putin –dando vita alla tenaglia energetica fra la Sonatrach algerina e la Gazprom russa– dopo che si era sentita respingere dalla sponda nord del Mediterraneo.
Ma infine la confluenza (prevedibile) del "Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento" nella rete globale di al-Qaeda impone uno scenario nuovo e drammatico. Adesso l’Algeria diviene inevitabilmente il nostro confine, poroso e friabile. A congiungere i nostri destini non ci sono solo i gasdotti che scorrono sotto il livello del mare, verso la Spagna e verso l’Italia. O la prossimità alle spiagge del turismo organizzato delle Baleari e della Tunisia.
La decomposizione della società algerina, mitigata solo in parte dalla crescita degli introiti energetici, si ripercuote nelle nostre banlieu. La ricchezza della loro produzione culturale genera nuovi circuiti, cementa un inedito meticciato mediterraneo. Perfino i trabendisti, i piccoli contrabbandieri della sopravvivenza tra le nostre sponde, tengono insieme quel che l’islamismo vuole separare definitivamente.
La tenuta di Algeri è per noi cruciale a ovest, così come a Levante lo è la tenuta di una Beirut cosmopolita, sottratta alle mire del revanscismo sciita. Non solo antistorica, ma rovinosa sarebbe la caduta di queste aree laiche di buon vicinato nelle mani di chi vi progetta teocrazie fondamentaliste. Come in Libano così in Algeria non c’è nessuna democrazia da esportare. Ci sono semmai laboratori di pluralismo –l’unico lascito prezioso di quella che fu la piaga coloniale– che vanno preservati con il metodo dell’apertura, dell’integrazione, del coinvolgimento in un progetto di sviluppo comune.
Scontiamo un colpevole ritardo: l’incomprensione di un dramma storico. Ma gioca a nostro favore il fatto che l’Algeria non è in alcun modo paragonabile all’Afghanistan e all’Iraq. Sotto la tutela ambigua ma necessaria di un forte apparato militare (non succede lo stesso anche in Turchia?) qui si è consolidata un’esperienza multipartitica e multiculturale. Abbiamo un debito da onorare nei confronti di questo lembo della nostra civiltà: Algeri, Orano, Costantina non sono solo reminiscenze letterarie. La patria della musica rai è il suolo contaminato di un destino futuro che ci riguarda.
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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