Dresda, 14 febbraio 1945. Un folto gruppo di bambini si avvia ad una festa in costume. Sono allegri, e tranquilli come tutti gli altri abitanti della popolosa località tedesca: città d’arte, priva di industrie e di installazioni militari, non può costituire un obbiettivo per le forze alleate che stanno per dare il colpo di grazia al morente regime di Hitler. Ed invece ecco che d’un tratto il cielo si abbuia e squadre di aerei comparse dal nulla fanno cadere sul centro storico una pioggia di bombe, radendolo al suolo. Pochi minuti e non esistono più né i bambini né centomila loro concittadini. Fra gli involontari testimoni di questo crimine di guerra fu Kurt Vonnegut, lo scrittore americano scomparso martedì scorso a New York (ma solo ieri se ne è avuta notizia) all’età di 84 anni. Nato ad Indianapolis l’11 novembre del 1922, nel 1941 si era iscritto alla facoltà di Biochimica della Cornell University, ma due anni dopo, seguendo l’esempio di tanti giovani, l’aveva lasciata per arruolarsi nell’esercito. Inviato in Europa e fatto prigioniero nella battaglia delle Ardenne, in quel nero giorno di febbraio si trovava nella prigione scavata sotto un mattatoio, luogo che nella circostanza si rivelò simbolico quanto altri mai. L’impressione che il giovane Kurt (ironia della sorte: nel 1848 il nonno era emigrato dalla Germania negli Stati Uniti) trasse da questo eccidio, tanto più crudele perché inutile, fu fortissima, segnando nella sua vita un punto di non ritorno. Non costituirà, infatti, il mero substrato del tragicomico romanzo di spionaggio Madre notte, scritto nel 1962 o di quello che resta a tutt’oggi il suo romanzo più riuscito, Mattatoio n.5 o La crociata dei bambini (1969; nel 1972 il regista George Roy Hill ne trasse un film di discreta fattura), ma darà forma a quel ‟pessimismo totale” di cui Vonnegut farà professione in ogni intervista, dichiarandosi implicitamente in sintonia con i grandi romanzieri moralisti del Novecento europeo, come Huxley, Orwell, Golding e l’amatissimo Camus. Condividerà con loro, infatti, una serie di temi la cui gravità non può essere indebolita dal fatto che li citi, oggi, chiunque si esprima sul destino del nostro mondo: l’incapacità, da parte di troppi paesi, di risolvere le contese internazionali con uno strumento diverso dalla guerra, la degradazione ambientale, la disumanizzazione indotta da uno sviluppo scientifico e tecnologico non sorvegliato a dovere, se non proprio piegato a finalità inconfessabili. Il romanzo di esordio, Distruggete le macchine (1952, ma due anni fa la Feltrinelli, che sta dando alle stampe l’intera opera dell'autore, lo ha riproposto con il titolo, più vicino all’originale, di Piano meccanico) già presentava i tratti propri della distopia fantascientifica. Ambientato nella immaginaria città industriale di Ilium (ma era facile vedervi in trasparenza Schenectady, il centro presso New York in cui aveva lavorato come pubblicitario fino al 1951), il racconto descrive uno stato governato dai computer e da una ristretta elite di scienziati, libero da tensioni sociali perché i cittadini, agiati e incapaci di pensare, hanno fatto del consumismo una religione praticata a tempo pieno. Stanchi di un’esistenza da ruminanti, un predicatore e un manipolo di scienziati pentiti si mettono alla testa di una rivolta che sarà coronata dal successo. Solo apparente, però: gli insorti, infatti, si abbandonano ad un luddismo scriteriato, distruggendo non solo le macchine produttrici di beni superflui, ma anche quelle indispensabili alla vita di tutti i giorni. L’Huxley di Mondo Nuovo, insomma, ha incontrato Swift. Nei romanzi successivi, però, Vonnegut compie una scelta che darà infine alla sua opera quel profilo che l’ha resa originale. Memore della lezione di un altro autore da lui prediletto, Mark Twain, spesso affiancherà al moralista per così dire militante, l’umorista - o per dir meglio, il maestro di black humour - animato da un’acuta coscienza dei tanti lati grotteschi che caratterizzano l’evo contemporaneo. In Mattatoio n.5 il procedimento è addirittura esemplare: mentre il narratore onnisciente ospita nella pagina quello empirico, consentendogli di emettere giudizi sulla storia umana, il protagonista Billy Pilgrim, testimone della strage di Dresda e rifugiato nel fantasioso pianeta di Tralfamadore, può farci ridere e sorridere con le sue strampalate elucubrazioni. È lo stesso spirito che si ritrova in tutti i suoi romanzi successivi, fino agli ultimi, da Galápagos (1985) a Cronosisma (1997), in cui Vonnegut fa finalmente balenare un po’ di compassione per i suoi simili.
Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut (Indianapolis, 1922 - New York, 2007) nacque in una famiglia colpita dalla Grande Depressione del ’29. Nel 1940 si iscrisse a biochimica all’università, poi andò sotto le armi e da prigioniero dei tedeschi assisté al bombardamento di Dresda. Tornato in America, ha studiato antropologia e ha fatto vari lavori fra cui il cronista, nello stato di New York. Esordisce come scrittore nel 1950 e pubblica il suo primo romanzo, Piano meccanico, nel 1952. Membro dell’American Academy and Institute of Arts and Letters, è considerato uno dei massimi scrittori di fantascienza e uno dei maggiori autori americani. Con Feltrinelli ha pubblicato: Mattatoio n. 5 (2003), da cui è stato tratto il film di Roy Hill nel 1972, Ghiaccio-nove (2003), Un pezzo da galera (2004), Piano meccanico (2004), La colazione dei campioni (2005), Le sirene di Titano (2006), Madre notte (2007), Barbablù (2007), Ricordando l’Apocalisse (2008), Guarda l’uccellino. Racconti inediti (2012), Perle ai porci (2015), Il grande tiratore (2019) e, nella collana digitale Zoom, Da tutte le strade si alzeranno lamenti (2012).

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