Tra ‟Romeo” D'Alema e ‟Giulietta” Berlusconi è tornato il sereno. Ricordate cosa disse Emilio Fede, devoto al Cavaliere ma amico del ministro degli Esteri, descrivendo il loro rapporto nella scia delle guerre fra Montecchi e Capuleti? Disse: ‟Loro in realtà si piacciono. Solo che le famiglie non vogliono”.
Cosa ne pensi la famiglia di destra, si vedrà. Ma cosa ne pensi la famiglia di sinistra, o almeno la sua parte più larga, lo abbiamo già visto a Firenze e a Roma. Dove per la prima volta dopo molti anni il leader di Forza Italia non solo non ha preso fischi, ma ha incassato addirittura qualche applauso. Di cortesia, ma applauso. Non che gli organizzatori della Quercia dessero la cosa per scontata: anni di scontri furibondi e di reciproche accuse di alimentare l'odio, qualche segno l'hanno lasciato. Basti ricordare certe manifestazioni a San Giovanni o al Palavobis milanese o più indietro il congresso diessino del Lingotto. Quando Walter Veltroni, per tentare di accendere il cuore dei delegati, tirò in ballo Jan Palach e Patrice Lumumba, i boat people e Piero Gobetti, i fratelli Cervi e la sedia elettrica, Otis Redding e don Milani, ma riuscì a scuotere il ‟grande popolo rosso” solo quando sventagliò una mitragliata di invettive contro di lui, il Cavaliere. Meglio non rischiare, si erano detti a Firenze.
E avevano schierato come servizio d'ordine una quindicina di portuali di Livorno. Gente che, come gli scaricatori del Volga descritti da Joseph Roth, può spaccare una noce nella morsa tra il mignolo e l'anulare. Precauzioni inutili. Neppure un fischio. Rispetto. Sorrisi. Pubblici riconoscimenti dal palco. Di là il vicepremier diessino che ringraziava Sua Emittenza d'essere venuto e lo citava ad esempio della bontà dell'iniziativa dato che ‟l'uomo ha una straordinaria percezione di quello che si muove nel profondo del nostro Paese”. Di qua il vicepremier margheritino gli rendeva merito non solo di aver lui pure contribuito, sia pure ‟nell'ultima fase”, alla ripresa dell'economia ma di avere ‟un temperamento di battaglia, nell'esercizio della sua leadership”. Tutte novità ricambiate da Berlusconi con parole concilianti che non si sentivano da tempo. Con tanto di auguri al Partito democratico e l'umiltà, non facilissima per uno come lui, di dare atto alla Quercia e alla Margherita di essersi mossi per primi nella direzione giusta: ‟Dobbiamo farlo anche noi”. Sia chiaro: questa novella buona creanza dopo un diluvio di insulti (uno per tutti, la reciproca accusa d'essere ‟come Goebbels!”) non è una novità assoluta. Il fondatore di Forza Italia arrivò addirittura a parlare dal palco, al congresso pidiessino del luglio 1995. ‟Basta con la demonizzazione dell'avversario”, disse Baffin di Ferro, allora segretario del partito, ‟basta con la cultura del nemico, dobbiamo diventare un Paese normale. Con il Polo ci vuole rispetto e dialogo sulle regole”. Lui ricambiò. ‟Come si sente nella tana del lupo?”, gli chiesero all'arrivo. ‟Benissimo”, rispose. E al microfono, approfittandone per sparare qualche bordata contro i giudici e Prodi, spiegò che ‟il dialogo tra le due coalizioni è il benvenuto”.
E a sancire la solennità di una giornata in qualche modo epocale arrivò perfino un comunicato congiunto, firmato dall'ufficio stampa azzurro e da quello dalemiano. Dove si stigmatizzava la goliardata di un buontempone che, mentre il capo forzista stava per cominciare il suo intervento, aveva diffuso un falso testo del discorso. Il cui incipit, tanto più a rileggerlo oggi, era strepitoso: ‟Cari comunisti!”. Sarebbe stato troppo. Anche per uno come il Cavaliere che giura, da anni, che lui non ama la polemica: ‟Io mi faccio concavo e convesso, ma cerco di non litigare”. In realtà l'odio per i ‟comunisti”, categoria del Male nella quale arrivò a classificare (variante catto-comunista) perfino Rosy Bindi, è così viscerale da fargli confessare che la scelta di scendere in campo, dettata dalla convinzione che Martinazzoli e Segni si sarebbero fatti travolgere, dipese da una visione terrificante: ‟Mi decisi una sera. In televisione c'era D'Alema, i suoi baffi tremavano per una specie di sconcia allegria”. Eppure proprio con l'attuale ministro degli Esteri, come dicevamo, i rapporti sono stati spesso non buoni ma ottimi. Non all'inizio, s'intende. L'allora vice di Achille Occhetto sbuffava: ‟Berlusconi? È una via di mezzo tra Marinho, il padrone della tv Globo brasiliana, e Giancarlo Cito”. ‟I comunisti alla D'Alema stanno preparando la guerra totale. Hanno individuato quello che Lenin chiamava il nemico principale. E come Lenin ha loro insegnato, non mi trattano da avversario. Ma da nemico da distruggere, nell'immagine, nell'azione e probabilmente anche fisicamente”. E via così. Una botta da una parte: ‟Non si tratta con questi farabutti. Io dico: Berlusconi è un farabutto”. Una dall' altra: ‟Non credo che gli italiani vogliano farsi dominare da un regime governato da un funzionario di partito che ha fatto la scuola delle Frattocchie, non si è laureato, ha lanciato Molotov ed è andato a Mosca 33 volte”. Eppure, a un certo punto, tra i due scoppiò qualcosa di più che un flirt.
Fu a cavallo della decisione di destra e sinistra di tentare un accordo nella Bicamerale. Tempi di moine. ‟Umanamente il capo del Polo è proprio simpatico”, diceva uno. ‟Caro D'Alema, tutti gli italiani debbono guardare alla sua politica con estremo favore”, ricambiava l'altro. ‟In Berlusconi vedo la buona volontà”. ‟Caro Massimo, per fortuna che c'è lei. Con lei si può parlare”. Di più, aggiunse il Cavaliere: ‟Io quando entro lì, in Bicamerale, sento una vocina che mi chiama papà. Mi sento veramente un padre costituente”. Gianpaolo Pansa racconta che una notte ebbe un incubo. E inventò i "Dalemoni", impasti geneticamente modificati coi difetti di D'Alema e Berlusconi insieme. Figli non di un accordo: di un inciucio. Come sia finita si sa. In una rottura e un decennio di scontri omicidi. Con Berlusconi che tuonava un giorno sì e l'altro pure: ‟Noi siamo dalla parte dell' amore, gli altri dell'odio”. A cosa porterà questa nuova primavera tra le famiglie dei Montecchi e dei Capuleti? Si vedrà. Ma certo da un confronto dai toni più civili abbiamo tutti da guadagnare. Quasi tutti. Clemente Mastella e Gianfranco Rotondi e tutti i leader dei partitini più piccoli, infatti, hanno avvertito subito, per loro, odore di bruciato. E dieci anni dopo Pansa l'incubo dice di averlo avuto Roberto Castelli: ‟Vorrei divertirmi a fare fantapolitica, ma nemmeno troppo "fanta". E ha immaginato ‟che possa nascere un "Listone dei volenterosi" con D'Alema e Berlusconi che si presentano insieme in tv, raccolgono il 60% dei voti e governano per vent'anni...”. Oh, mamma...
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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