L'Italia è complice della deforestazione selvaggia del Camerun? È quello che denunciano alcune organizzazioni ambientaliste, e con solide prove. Un rapporto d'inchiesta pubblicato da Friends of the Earth (le sezioni francese e olandese) e da Greenpeace Italia documenta infatti che nel paese dell'Africa occidentale il taglio illegale di alberi è massiccio, benché il Ministero delle Foreste di Douala affermi che l'illegalità ormai conta appena per il 2% dell'industria forestale. Soprattutto, documenta le attività di una certa impresa dal nome camerunese ma capitali italiani, la Fipcam (Fabrique Camerounaise de Parquet), che taglia alla grande nella regione orientale del Camerun ed esporta poi in gran parte in Italia.
Quando si dice ‟taglio illegale” di legname non bisogna pensare a piccole aziende abusive: l'abuso c'è, ma è su larga scala, macchinari pesanti, intere strade aperte illegalmente nella foresta tropicale. La Fipcam, creata nel 2000, è titolare di tre concessioni (Unité forestière d'aménagement, come sono chiamate in Camerun): due nel sud e una dell'est del paese, attribuita nel 2001. E' questa che ora ci interessa: una zona di foresta presso la cittadina di Mindourou, nei pressi della riserva naturale di Dja; è adiacente alla zona di operazioni di un'altra impresa forestale, Pallisco (filiale di Menuiseries Parquet), che negli anni '70 si era resa famosa per una serie di conflitti con gli abitanti locali; infatti era specializzata nell'estrazione di un certo albero di nome moabi, sacro per i nativa baka e importante per i bantu come fonte di olio e medicinali naturali. Nel 2002 Fipcam comincia a sfruttare la sua concessione orientale aprendo una pista nella foresta comunitaria del villaggio di Bapilé. Gli abitanti protestano perché gli addetti dell'azienda si portano via molti alberi di pregio, poi si rendono conto che a rimuovere i tronchi abbattuti non è gente della Fipcam bensì della Pallisco. Il peggio però viene dopo: in un sopralluogo nella zona, i ricercatori di Friends of the Earth nel 2004 trovano parecchi tronchi non marcati con il logo dell'azienda; i lavoratori locali confermano che è pratica corrente.
Nel 2006 l'Osservatorio indipendente (istituito presso il governo camerunese) ha compilato un suo rapporto sulle pratiche della Fipcam: parla di parecchio legname portato via ‟non registrato nella documentazione di cantiere” e ‟non rintracciabile al fisco”. Non solo: nel settembre 2006, cioè all'inizio della stagione secca e di un nuovo anno di attività forestale, gli abitanti locali vedono tornare i bulldozer e le motoseghe della Fipcam sulla parcella già sfruttata l'anno prima (l'area della concessione è divisa in ‟parcelle” che di solito sono tagliate a rotazione). Secondo la foresteria ‟sostenibile”, e le leggi del Camerun, l'impresa non dovrebbe tornare sulla stessa parcella per i successivi trent'anni, per permettere alla foresta di rigenerarsi - anche questo hanno constatato i ricercatori dell'organizzazione ambientalista. Nel dossier diffuso ieri ci sono foto, cordinate Gps.. Fin qui è una ‟normale” storia di deforestazione illegale. Il punto è che si tratta di un'azienda con capitali italiani e di legno che approderà in gran parte in Italia.. Per la precisione, l'Italia è il primo importatore di legno dal Camerun (ogni anno importa circa 146mila metricubi di trunchi segati, 32600 metricubi di tronchi e quasi 50mila metricubi di sfogliati). La Fipcam è solo una delle imprese forestali che operano in Camerun e hanno capitale italiano; insieme alla Fip (Fabrique ivorienne de parquet) della costa d'Avorio è partner commerciale della ‟Bruno pavimenti in Legno, ditta con sede a Mondovì (provincia di Cuneo). Sul suo sito la ‟Bruno” assicura che le sue partner sono impegnate nella ‟gestione durevole delle foreste”, ma ora sappiamo che non è vero. E secondo Greenpeace, ‟il governo italiano è il vero responsabile”, perché ‟continua ad aprire le sue frontiere, e quelle europee, a imprese coinvolte nel taglio illegale”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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