Il mullah Dadullah è morto come ha vissuto gran parte dei suoi quarant’anni: combattendo. La notizia è arrivata da Kandahar ieri mattina presto in una capitale afghana che si era svegliata con le preoccupazioni del rimpasto di governo e degli scontri di frontiera con le truppe pakistane. In un primo tempo la reazione pubblica è stata di incredulità.

Le prove
‟Quali sono le prove?”, si sono chiesti in molti. Non è la prima volta che il massimo comandante talebano viene dato per morto. E le false voci della fine di Dadullah erano riprese dopo che la sua notorietà era salita alle stelle in seguito al rapimento di Daniele Mastrogiacomo e alle tragiche vicende che ne erano seguite. Ma questa volta le prove sono arrivate molto presto, concrete, irrefutabili. Le due televisioni nazionali più importanti, Tolo Tv e Ariana, mostrano in diretta le immagini del cadavere del comandante talebano adagiato su una branda nell’ospedale locale. Le accompagna il commento del governatore di Kandahar, Asadullah Khalid, il quale non esita a sollevare trionfante il lenzuolo rosa che copre il cadavere. ‟Ecco, vedete? Ha anche la gamba sinistra amputata. Come ben sapete Dadullah aveva un arto di legno. E il volto è ferito dalle schegge, ma ancora ben riconoscibile”, dice alla trentina di giornalisti riuniti in tutta fretta per l’occasione.

I proiettili
I segni della battaglia sono evidenti. Il viso è insanguinato. Un proiettile l’ha centrato alla testa, altri due alla cassa toracica e all’addome. Meno chiare le circostanze della sua fine. Un portavoce della missione Isaf della Nato ha dichiarato che si è trattato di un blitz a guida Usa a cui hanno partecipato reparti scelti del nuovo esercito nazionale e contingenti Isaf-Nato, nel distretto di Girishk, un distretto particolarmente ‟caldo” della provincia meridionale di Helmand. Da circa tre mesi questa provincia - che comprende altri distretti caldi come Sangin e Nahi Sarraj - è al cuore dell’operazione ‟Achille” lanciata dalla Nato (in particolare dai contingenti inglese, canadese, statunitense e olandese) contro le tradizionali roccheforti talebane poste a difesa delle gigantesche coltivazioni di oppio.

Il fratello
‟Il corpo di Dadullah è stato individuato tra quelli di altri 11 talebani morti. Abbiamo trovato anche il cadavere di un suo fratello”, aggiungono i portavoce afghani. Una notizia interessante anche per l’Italia. Il fratello del mullah Dadullah potrebbe essere uno dei cinque prigionieri talebani che vennero rilasciati dalle autorità afghane in cambio di Daniele Mastrogiacomo. Se così fosse, sarebbe il secondo dei cinque a restare ucciso in combattimento in questo periodo seguito allo scambio. Il comando della missione Isaf-Nato conferma la notizia solo nel tardo pomeriggio. ‟La morte di Dadullah è un duro colpo per i talebani. Anche se poi verrà sostituito con il tempo. L’operazione guidata dagli Stati Uniti è stata resa possibile dalle forze di sicurezza afghane e dal popolo afghano”, si legge nel comunicato.

Sostituto
I talebani in un primo tempo negano con decisione l’uccisione del loro capo. ‟Dadullah è vivo, mostreremo presto un video”, annunciano. Solo molte ore dopo ammettono la sconfitta, ma aggiungono che è già stato trovato un sostituto, di cui non rivelano per il momento il nome. La previsione più immediata è che ora le truppe Nato, assieme all’esercito afghano, potrebbero rilanciare l’offensiva cercando di capitalizzare sul disorientamento talebano causato dalla scomparsa di Dadullah. Ieri sarebbero morti 55 talebani nella sola provincia orientale di Paktika. E un’altra decina di persone, tra cui alcuni civili, hanno perso la vita in scaramucce tra militari afghani e guardie di frontiera pakistane.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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