E' un documento scientifico, ma per calibrarne il linguaggio sono serviti diversi giorni di intenso dibattito. Infine ieri a Bangkok il Comitato intergovernativo sul cambiamento del clima (Intergovermental Panel on Climate Change, o Ipcc) ha diffuso il suo ultimo documento su come combattere il progressivo riscaldamento dell'atmosfera terrestre.
Gli scienziati del Ipcc (una rete di 2.500 esperti di 130 paesi) non analizzano qui i trend del clima: l'hanno già fatto in due rapporti, diffusi in febbraio e aprile, in cui sintetizzano le conoscenze acquisite. Sappiamo già, dunque, che nella situazione attuale la temperatura terrestre aumenterà tra 1,1 e 6,4 gradi centigradi entro il 2095, e che questo farà sciogliere più in fretta i ghiacci polari e alzare il liverro dei mari, oltre ad aumentare la frequenza di alluvioni, uragani, siccità.
Il terzo rapporto della serie (Mitigating climate change, ‟mitigare il cambiamento del clima”) parte da un dato accettato: per evitare una catastrofe maggiore bisogna contenere il riscaldamento dell'atmosfera terrestre entro i 2 gradi centigradi di media. Ovvero, dobbiamo tagliare le emissioni di gas di serra (come anidride carbonica o metano) tra il 50 e l'85% entro la metà del secolo. Il punto è come, e a quali costi economici. Il Ipcc risponde che abbiamo le tecnologie, e i costi sono sostenibili: certo, a patto che non si rinvii troppo. ‟E' un documento molto forte, dice che i drastici tagli di emissioni necessari sono economicamente e tecnicamente fattibili”, ha fatto notare ieri Bill Hare, consulente di Greenpeace e co-autore del rapporto.
Più in dettaglio. Il Ipcc fa notare che le emissioni globali di gas di serra sono aumentate del 70% tra il 1970 e il 2004, e aumenteranno entro il 2030 tra il 25 e il 90%: dipende da cosa il mondo farà per limitarne la crescita. I paesi industrializzati producono il 46% delle emissioni, anche se hanno un quinto della popolazione mondiale. Per contro, tre quarti della crescita futura delle emissioni sarà dovuta ai consumi di energia dei paesi in via di sviluppo.
I costi: tagliare le emissioni significa diminuire il consumo di combustibili fossili (carbone, petrolio, metano), dunque aumentare l'efficenza energetica e passare a energie rinnovabili. Secondo la stima del Ipcc questo potrebbe rallentare la crescita del Prodotto interno lordo (Pil) mondiale di 3 punti percentiali, ma potrebbe anche costare meno o addirittura permettere uno 0,2% di crescita: dipende in parte da quanto vorremo tagliare le emissioni. Se cominciamo subito, il costo potrebbe saldarsi in uno 0,12% della crescita annua. Cominciare subito la transizione verso tecnologie meno energivore e energie rinnovabili costerà meno; più si rinvia l'azione, più far fronte al cambiamento del clima costerà caro in termini economici (e ancor più in termini umani e sociali: malattie, disastri, migrazioni di massa in cerca di sopravvivenza...).
Questo porta a una delle questioni rimaste controverse fino all'ultimo, le responsabilità relative e l'accesso alle tecnologie. I paesi industrializzati devono decidersi a condividere con gli altri le tecnologie meno energivore e più avanzate, ha fatto notare Zhou Dadi, direttore del Energy Research Institute cinese (e coautore del rapporto): ‟I paesi in via di sviluppo lo chiedono da anni ma non è mai successa”, ha detto. I dirigenti cinesi prendono sul serio il problema, ha aggiunto, ma servono alternative: il paese più popoloso del pianeta trae il 70% dell'energia che consuma dal carbone, la fonte più inquinante: ‟Se volete che la Cina usi meno carbone deve trovare fonti alternative, e sostituirlo con il petrolio farebbe un miliardo di barili supplementari all'anno: il mercato mondiale è pronto?”.
L'altra questione controversa è l'energia nucleare. l documento parla di progressi tecnologici, in particolare nel produrre e usare energia in modo più efficente; parla delle tecnologie per catturare le emissioni dalle centrali termiche, e infine elenca le energia rinnovabili alternative ai combustibili fossili: solare, eolico e nucleare. Oggi il 16% dell'energia elettrica mondiale è fornito dal nucleare e potrebbe diventare il 18% entro il 2030, dice il documento: ma aggiunge che ‟sicurezza, proliferazione degli armamenti e trattamento degli scarti restano problemi”. E' una frase ambigua: gli industriali del nucleare ci leggono una legittimazione e applaudono, organizzazioni ambientaliste come Greenpeace fanno notare che una centrale nucleare non emette gas di serra ma comporta altri problemi di sicurezza e inquinamento. E che in ogni caso investire in energie rinnovabili e in efficenza è più efficace e immediato.
Il messaggio del Ipcc in ogni caso è chiaro: i prossimi due decenni sono cruciali, per evitare una catastrofe globale bisogna cominciare subito. La palla passa ai governi.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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