Se davvero il mondo vorrà fare un uso massiccio di «biocarburanti», sarà un disastro. Così avverte un rapporto di Un Energy, organismo dell'Onu che coordina 30 organismi in qualche modo legati all'energia e allo sviluppo sostenibile (dalla Banca mondiale alla Fao). Il rapporto, diffuso mercoledì, è forse il più completo studio finora realizzato sui carburanti tratti dalle piante, a cui il prefisso «bio» da un'immagine tutta positiva. La realtà è che la corsa globale a passare dal petrolio ai carburanti vegetali (agrocarburanti è il nome più appropriato) porterà ad aumentare il tasso di deforestazione, all'espulsione dei piccoli contadini dalla terra, e all'aumento dei prezzi degli alimentari e dunque della povertà, dice Un Energy: a meno che siano gestiti con molta attenzione, dice il rapporto a cui ha contribuito una trentina di organismi dell'Onu.
Riassumiamo i dati di fatto: gli agrocarburanti sono visti dai paesi industrializzati come un modo per ridurre le emissioni di gas «di serra» dovute all'uso di combustibili fossili per i trasporti (anche se a conti fatti è discutibile che le riducano davvero), e forse soprattutto un modo per calmierare il prezzo della benzina, visti i rialzi del petrolio. È inoltre un modo per espandere il mercato di alcune derrate agricole - palma da olio, mais, canna da zucchero, soya, quelle più usate per trasformarle in benzine (per agrocarburanti si intende l'etanolo, ottenuto di solito da mais o canna da zucchero, o i «biodiesel», più spesso da olii come quello di palma).
Ma è proprio qui che cominciano i «contro». L'industria degli agrocarburanti sta emergendo come un settore economico multimiliardario e in crescita rapidissima, che punta a fornire entro vent'anni un quarto dei carburanti usati gobalmente (l'Unione europea si è data l'obiettivo di portare al 10% la parte di queste benzine entro il 2020). Questo significa che la domanda di certe derrate cresce in modo vertiginoso: l'anno scorso oltre un terzo del raccolto di mais negli Stati uniti è stato convertito in etanolo, cioè il 48% più dell'anno prima, e si prevede che molti più farmers sceglieranno di seminare mais negli anni a venire per beneficiare del boom. Il Brasile usa da tempo gli scarti di canna da zucchero per produrre etanolo e progetta di espandere il settore - di recente ha firmato accordi in questo senso sia con gli Usa, sia con paesi europei come l'Italia. La Cina segue a ruota. In Indonesia o Malaysia le piantagioni di palma da olio, derrata già molto richiesta dalle industrie alimentare, dei detergenti e cosmetica, si espandono per diventare «biodiesel». Il rapporto delle Nazioni unite riconosce ciò che molti ambientalisti vanno dicendo da qualche tempo: questa corsa agli agrocarburanti si salda in una nuova pressione a tagliare foreste. «Dove queste derrate sono coltivate a scopo di produrre energia, la coltivazione su larga scala porterà a una significativa perdita di biodiversità, erosione dei suoli, perdita di nutrienti nei suoli. Anche colture variate avranno un impatto negativo se sostituiranno foreste vergini e praterie». Il documento discute poi se coltivare per produrre carburanti aiuti la «lotta alla povertà», enunciata sempre come primo obiettivo di ogni politica dell'Onu. Il documento osserva che l'aumento dei prezzi andrà a beneficio di alcuni coltivatori e a detrimento di altri; ma farà rincarare anche gli alimentari «con conseguenze negative per la sicurezza alimentare» dei poveri, rurali e urbani. Inoltre, le colture su larga scala «possono risultare in una concentrazione della proprietà terriera che espellerà i contadini più poveri dalla terra». Non solo: «Grandi investimenti segnalano già l'emergere di una nuova bio-economy, con la possibilità che azuiende ancora più grandi entrino nell'economia rurale, mettendo sotto pressione gli agricoltori controllando il prezzo pagato per i loro prodotti».
Il risultato sarà pesante per gli ecosistemi, devastante per le società umane e catastrofico per il clima: altroché tagliare emissioni di gas di serra!
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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