Ancora una bomba contro il contingente italiano a Herat, nell’Afghanistan occidentale. Due i soldati feriti, entrambi solo leggermente da poche schegge al collo e alla nuca. «Assolutamente nessun pericolo. I due soldati sono stati subito medicati nell’ospedale da campo di Herat. Torneranno in servizio tra un paio di giorni», affermano dal comando del contingente che controlla l’intera regione sino al confine con l’Iran e le zone talebane nel Sud. Un attentato che tutto sommato rientra nella routine. L’ultima attacco era avvenuto il primo maggio, quando altri due soldati italiani erano stati feriti leggermente dal terriccio lanciato in aria dallo scoppio di un ordigno artigianale quasi nello stesso luogo di ieri: la strada alberata che dal centro di Herat porta all’aeroporto. Il comandante della regione Ovest sotto controllo Nato-Isaf, generale Antonio Satta, ricevendo la visita del ministro della Difesa, Antonio Parisi, aveva sottolineato «un incremento nella minaccia», specie di attentati improvvisati da «piccoli gruppi ribelli» e ribadito «l’opportunità di incrementare le capacità di osservazione e controllo del territorio e di protezione e difesa del personale». In poche parole: più mezzi per garantire l’incolumità dei soldati in una situazione che sembra sempre più tesa. E il suo appello non è caduto nel vuoto. Proprio oggi Parisi davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato illustrerà nel concreto il pacchetto dei prossimi rinforzi bellici italiani destinati all’Afghanistan, che comprende un paio di aerei senza pilota, almeno tre elicotteri e alcuni blindati. «Non pensiamo di mandare altri soldati in rinforzo ai circa 2 mila già sul campo, se non il personale necessario a far funzionare i nuovi mezzi», ha chiarito più volte Parisi. L’ordigno di ieri è esploso, forse su impulso telecomandato, alle 10.20 di mattina (7.50 in Italia) al passaggio di due Toyota Prado in dotazione ai militari del cosiddetto Prt, il team che si occupa delle opere di ricostruzione civile nella provincia. I nomi dei soldati coinvolti sono stati resi noti poco dopo. Si tratta dei caporali maggiori scelti Giuseppe Deias, della provincia di Oristano, e Alessandro Murgia, proveniente dalla zona di Cagliari. Entrambi in servizio al 151esimo reggimento fanteria della Brigata Sassari. «I servizi di pattuglia non sono stati interrotti dopo l’attacco. Le attività procedono regolarmente», dice il comando di Herat. In realtà a Kabul i comandi Nato-Isaf dell’intero contingente composto da 37 mila uomini sono in stato di pre allerta. Non sono escluse azioni di rappresaglia da parte dei talebani, dopo l’uccisione di uno dei loro comandanti più importanti, il mullah Dadullah, nella notte di sabato. Con il passare delle ore appare sempre più evidente che il ruolo maggiore nella fine di Dadullah va proprio attribuito ai Sas (i reparti speciali britannici), che già al tempo del sequestro di Daniele Mastrogiacomo erano stati in grado di tracciare gli spostamenti e alcuni dei covi del capo talebano. Una parte della componente europea di Isaf (con Germania e Italia in testa) chiedono un maggior coordinamento con le truppe americane inquadrate in Enduring Freedom, che operano in modo autonomo, causando spesso la morte di civili e scatenando la rabbia della popolazione contro tutte le truppe straniere.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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