Dire che un romanzo - un qualsiasi romanzo - è intelligente ‟è come dargli il bacio della morte” scherza Cynthia Ozick, sorridendo con un’aria così arguta dietro gli occhiali spessi, che sembra dire all’interlocutore: lo so che sono la più cerebrale delle scrittrici americane, lo so che sono la più intelligente, ma appunto: lo sono troppo per cascare nel tranello di farmi relegare in qualche angolo polveroso di biblioteca. ‟Io voglio essere letta. Non voglio far la parte della studiosa”. E a riprova fa sul serio, questa intellettuale arci sofisticata e temutissima per la sua vis polemica, capace di attaccare sul ‟New Yorker” William Styron per avere ‟ammorbidito” l’Olocausto nella Scelta di Sofia; di chiamare la sinistra americana ‟fascista” e di augurarsi la distruzione del Diario di Anna Frank, ha scritto un romanzo che afferra il lettore e lo trascina nei suoi abissi immaginativi con la stessa forza di seduzione di una sirena. S’intitola Eredi di un mondo lucente e lo ha tradotto per l’ottimo Vincenzo Mantovani. Diciamolo subito: Eredi di un mondo lucente è il romanzo più importante della Ozick da Lo scialle, che nel 1989 le diede fama universale. Ed è misterioso, audace e inventivo come un quadro di Chagall, con cui questa scrittrice americana condivide le origini ebraiche ed europee dell’Est. Ma è anche ingannevole: un libro che si legge d’un fiato irretiti dalla trama, ma che nasconde molto di più. ‟Sarebbe troppo chiamarlo un romanzo di idee” ironizza la Ozick, perché certo che è un romanzo di idee; ma un’autrice come lei, che ha scritto cinque opere di narrativa e cinque raccolte di saggi tra politica e letteratura, è la prima a sapere che nella fiction le idee si veicolano in modo indiretto, suscitando sensazioni e sentimenti. ‟Forse però si può dire che è un romanzo su un’idea in particolare: l’idea della necessità ma anche della pericolosità dell’interpretazione”. E come la svolge nel suo romanzo, questa signora ultrasettantenne travestita da bibliotecaria, questa ‟idea” ? Intrecciando tre storie formidabili sullo sfondo dei turbolenti anni Trenta: quella di una giovane americana orfana di un padre giocatore, che risponde all’annuncio per un lavoro di governante nel Bronx, perché non ha dove altro andare; quella di un anziano e tirannico studioso tedesco ossessionato da un’antica eresia ebraica contraria a qualunque interpretazione e abbellimento della Torah ; e quella del ricchissimo e smidollato erede di un grande scrittore per bambini, la cui fortuna è diventata per il figlio uno scivolo nell’alcolismo e la disperazione totale. Non c’è che dire: ci voleva il coraggio di Cynthia Ozick per mettere insieme Jane Eyre , il Caraismo e Winnie the Pooh. ‟Tutto è cominciato il giorno in cui ho letto sul giornale il necrologio di Christopher Robin Milne. Era morto in un luogo oscuro nel Nord dell’Inghilterra, dove si era rifugiato per sfuggire al culto di cui era stato oggetto per essere il figlio di A. A. Milne (l’autore di Winnie the Pooh n. d. r.). Gestiva una piccola libreria e, allora non lo sapevo ancora, non aveva più rapporti con il padre che lo aveva trasfigurato nei suoi libri, rendendolo una celebrità. ‟Così mi sono chiesta: che cosa accade quando si nega a un essere umano la possibilità di diventare adulto? Cosa accade quando si trasforma un bambino in una leggenda?” . Accade, nell’immaginazione di questa intellettuale che rifiuta l’etichetta di scrittrice ebrea - non tanto perché è una banalizzazione, ma perché per lei essere ebrei significa ‟responsabilità civica, misericordia e giustizia” , mentre gli scrittori sono ‟animali allo stato brado” - accade che per contrasto quel bambino, oppresso dall’abbellimento che gli viene inflitto, cresce in un adulto che si vendica mantenendo in una grande casa nel Bronx una famiglia di profughi tedeschi di sei persone, solo perché il capofamiglia studia l’eresia di un gruppo di fanatici fondamentalisti contrari a qualunque forma di interpretazione della Torah e, appunto, abbellimento (tanto che, nella realtà, nella Germania di Hitler i caraisti denunciarono ai nazisti gli ebrei che non la pensavano come loro). La morale è che ‟per conservarti umano hai bisogno di una misura equilibrata di interpretazione” riflette questa scrittrice capace di sostenere che Il diario di Anna Frank avrebbe fatto una fine migliore bruciato, piuttosto che manipolato, interpretato e pubblicato nella forma in cui si trova oggi. Ma se dovesse scegliere, signora Ozick, lei che ha avuto una carriera letteraria così variegata, le sue preferenze andrebbero alla saggistica o alla narrativa? ‟Alla narrativa, assolutamente” risponde con l’entusiasmo di una bambina. ‟La fiction è tutta rischio, scoperta, tutta sussurri e segreti.... Chiamatela lingua, chiamatela intuizione, chiamatela seduzione, ma esiste una voluttà che solo il romanzo conosce...” . Molto bene: a questo punto qualunque altro autore dichiarerebbe l’intervista finita. Ma Cynthia Ozick non è qualunque altro autore, e le domande ripartono al contrario: ‟Posso...? Lei scrive? È proprio italiana? Cosa ne pensa del revisionismo? È ebreo il suo direttore? Quanti anni ha detto che ha...?” .

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