Domande avvelenate che si rincorrono fra le due sponde del Mediterraneo, tra un Medio Oriente in fiamme e un’Europa che vorrebbe scrollarsi di dosso i sensi di colpa di cui l’ha sovraccaricata una storia tragica: non ci siamo forse già sdebitati abbastanza? Liberiamoci del fardello dell’Olocausto! E chi lo dice poi, vista la scorpacciata di privilegi lucrati atteggiandosi a vittime, chi lo dice che gli ebrei non si siano perfidamente inventati tutto? La conferenza di Robert Faurisson - lo studioso che definisce ‟una menzogna storica” le ‟pretese camere a gas hitleriane” e il ‟preteso genocidio degli ebrei” - viene quindi presentata agli studenti italiani come un evento liberatorio: parliamo finalmente senza tabù, basta con le persecuzioni degli intellettuali scomodi! Nell’enfasi liberale che avvolge la conferenza di Teramo, riecheggiano gli argomenti di un leader abilissimo nel padroneggiare i media come l’iraniano Mahmud Ahmadinejad: ma vi rendete conto che quei (presunti) sei milioni di ebrei vi vengono rinfacciati come se voi europei non aveste avuto decine di milioni di morti in quella stessa guerra? O come il presidente siriano Bashar al-Assad che maliziosamente chiede: come mai in Occidente è consentito mettere in discussione Gesù Cristo ma non l’Olocausto? Eppure vi vantate tanto della vostra libertà d’espressione. Il contagio è purtroppo in atto, e non sarà una conferenza in più o in meno del negazionista di turno a fermare l’epidemia del sospetto. Nutrita dal clima di guerra e dall’identificazione frettolosa, dentro la medesima entità ostile, di Stati Uniti e ebraismo internazionale. A vent’anni dalle prime sortite dei negazionisti, la demolizione del culto della Shoah si riconferma nucleo cruciale di questa sfida culturale. In effetti vi è qualcosa di eccezionale nella proliferazione di ricerche, libri, film sullo sterminio degli ebrei. Un vero e proprio exploit, a partire dagli anni Settanta. E oggi che abbiamo più chiaro il quadro degli altri genocidi novecenteschi, risalta con evidenza una sorta di sproporzione della memoria. Sia ben chiaro, tale disparità d’attenzione può essere ben spiegata con le dimensioni numeriche e la centralità geografica della Shoah, con gli interrogativi sociologici, religiosi, psicologici che solleva, come esito imprevedibile di una persecuzione secolare. Ma non tutti hanno voglia di cimentarsi con la complessità del tema. E allora può venir più facile spiegare il boom mediatico dell’Olocausto ebraico sotto forma di complotto: sono loro, bene integrati ai vertici della finanza e dell’editoria globale, gli inventori dell’industria dell’Olocausto, un business vantaggioso per continuare a presentarsi come vittime (ammesso e non concesso che gli ebrei siano mai stati davvero vittime)! In tale contesto, i negazionisti processati o addirittura incarcerati per le loro idee, non vedono l’ora di annoverarsi fra le vittime contemporanee degli ebrei. Ricordo bene il disagio provocato in Primo Levi dalla vicenda personale di Robert Faurisson. Dapprima il testimone di Auschwitz aveva reagito con durezza ai rilievi ‟tecnici” del negazionista. Com’è possibile che venissero stipate 2.500 persone dentro a camere a gas così piccole?, chiedeva quello. E Levi replicava citando la selezione cui egli stesso fu sottoposto in locali atrocemente sovraffollati. Ma ricordo bene, dicevo, il commento successivo, detto sottovoce nel salotto di corso Re Umberto a Torino: ‟Non riesco a non pensare a quell’uomo che ha perso il lavoro all’università di Lione a causa delle sue idee, per quanto aberranti. Poveretto, provo compassione per lui”. Forse Primo Levi avvertiva già l’insidia del vittimismo negazionista che oggi si ripresenta come anticonformismo, ben valorizzato da un establishment islamico che ne ha fatto strumento di guerra ideologica. Un establishment islamico capace di messaggi globali, intenzionato a rivolgersi dritto all’anima sofferente dell’Europa. Scommettendo su nuove generazioni infastidite dal senso di colpa storico; sui nazionalismi frustrati che pretendono la riabilitazione delle proprie vittime e rimuovono le sofferenze altrui; riattualizzando l’identificazione novecentesca fra ebrei e potere, fra ebrei e guerra. L’infamia di questa operazione è pari alla sua capacità di scuotere, seminare dubbi. Ma il dubbio e il senso critico sono i benvenuti quando non pretendano di disconoscere le sofferenze di un popolo sterminato. Certamente viviamo oggi la necessità di desacralizzare l’approccio a una tragedia storica di entità tale da averci indotti a assolutizzarla. Per reagire all’insidia negazionista vanno moltiplicati gli sforzi di contestualizzare: la teoria dell’unicità dell’Olocausto ebraico - in un secolo che ha conosciuto almeno altri quattro genocidi - non potrebbe reggere alla verifica di una storiografia globale. Bisogna sottrarsi alla classifica delle sofferenze. Mettere in relazione l’esperienza vissuta nel cuore dell’Europa con le altre macchine di sterminio dispiegate in altre regioni del pianeta. Perché resta insoluto il mistero di come l’uomo riesca a trascinare tanti suoi simili, persone semplici e gentili, a uccidere in massa i loro vicini di casa. Per poi dimenticarselo o negarlo.
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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