L’immagine del Palazzo è antica, parla di distanza, privilegi, addirittura di sopraffazione. Entra nella pubblica discussione italiana quando se ne impadronisce Pier Paolo Pasolini e la brandisce come un’arma per denunciare corruzione politica e abusi di potere, invocando per il massimo responsabile, all’epoca indicato nella Dc, un Processo. Nessuno, già allora, poteva dire "non so", ma quasi tutti si comportavano come se non sapessero.
Anzi, chi invocava "austerità" e parlava di "questione morale" veniva accusato di volere una politica triste, di cedere al moralismo, parola in Italia usata con disprezzo per affrancarsi anche dagli obblighi minimi della moralità. Era Enrico Berlinguer che lanciava quei moniti, e so bene che questo è un ricordo scomodo per chi vuole entrare nel futuro senza memoria, costruirsi un pantheon di comodo, affannarsi alla ricerca di qualsiasi legittimazione. Ma è un ricordo importante proprio perché oggi si discute del rapporto tra politica e società, tanto logorato da far temere una catastrofe. Quando Berlinguer morì, un’onda di emozione attraversò il Paese, che non era solo un fatto di sentimenti (che pure contano assai), ma che si tradusse in consenso politico nelle elezioni europee di poco successive, guadagnando al Pci uno storico sorpasso sulla Dc. Rigore, misura, onestà erano percepiti e dichiarati come valori dai quali la politica non doveva separarsi.
Dopo di allora cominciò un’altra stagione. Il realismo cinico faceva scuola, i machiavelli si compravano a un tanto al chilo, ai massimi livelli di governo si proclamava che la politica era "sangue e merda", che la tangente doveva essere legalizzata, che alla politica si doveva applicare la logica del supermercato dove, più che arrestare i ladri, si scarica sui prezzi il costo dei furbi. Sappiamo come è andata a finire. Man mano che si smagliava la rete di protezione pazientemente costruita negli anni, e i vecchi equilibri venivano spazzati via dalla caduta del Muro, cominciavano a comparire sulla ribalta giudiziaria vicende per lungo tempo tenute al riparo dall’attenzione della magistratura da un sapiente gioco di dinieghi, di autorizzazioni a procedere, e spostamenti di inchieste e processi. E fu Mani pulite.
Negli anni successivi la tesi del complotto, del colpo di Stato giudiziaria ha progressivamente preso il sopravvento. Questo è stato il vero colpo di spugna con l’oblio fatto cadere sull’abisso di corruzione pubblica e privata che era stato scoperchiato. Le responsabilità erano tutte dalla parte dei giudici e non dei politici, che hanno così potuto tornare a tessere robustissimi fili di corruzione e ritenersi legittimati da una privatizzazione senza precedenti del denaro pubblico. Alla corruzione più o meno nascosta si è così affiancato il saccheggio delle risorse dello Stato.
Ed eccoci qua a stracciarci le vesti, a scrivere libri sul costo della politica, chiedendo che si recuperino risorse tagliando qui e là, cosa sacrosanta, ma che rischierebbe d’esser un esercizio inutile se non sarà accompagnato da un recupero della risorsa sostanziale, la moralità pubblica perduta e dileggiata che è anche questione di misura, sobrietà, rispetto degli altri.
Ho visto il pomposo Chirac in una mattina di domenica invernale, scendere da una macchina accompagnata da un’unica auto di scorta e, solo, senza codazzi e turbinii di guardie di corpo, entrare nel grande anfiteatro della Sorbona per celebrare i vent’anni del Comitato nazionale di bioetica. Vedo quasi ogni giorno davanti a Sant’Andrea della Valle passare rombanti, con palette agitate e sirene spiegate, auto di piccoli potenti, impediti da tutto quel frastuono di ascoltare le maledizioni loro rivolte dalle persone che si trovano sui marciapiedi.
L’apparire sfarzoso, o solo chiassoso, sostituisce il potere declinante. La disoccupazione è lenita dagli stipendi ai consiglieri circoscrizionali. Le Camere soffrono di emarginazione, compensata da bonus aggiuntivi e riduzione dei carichi di lavoro.
Anni fa, proprio su questo giornale, suggerivo una piccola riflessione. Che cosa accadrebbe se un imprenditore, proprietario di due aziende, scoprisse che una di esse produce lo stesso numero di pezzi con metà dei dipendenti dell’altra? E’ proprio quel che accade in Parlamento, dove il Senato fa esattamente lo stesso lavoro della Camera con metà degli "addetti". Calcolavo poi che i parlamentari attivi, quelli che mandano avanti la baracca, sono poco più di un quinto dei componenti delle Camere, sicché insieme a Luigi Ferrajoli si organizzò un convegno polemicamente intitolato "Una Camera cento rappresentanti".
Detesto le logiche aziendalistiche trasferite nella politica e so bene che il Parlamento ha una funzione rappresentativa che va bene al di là della produttività legislativa. Quando però la funzione rappresentativa è sequestrata da oligarchie che si riproducono la macchina legislativa si inceppa, diviene forte il bisogno, non dirò la tentazione di tagliare senza troppi riguardi.
La riduzione del numero dei parlamentari sarebbe un segnale importantissimo, anche se non si può vivere di soli segnali. Ma sarebbe pure una misura insufficiente, se i restanti parlamentari continuassero ad essere selezionati come è avvenuto in questi anni, a venir sommersi da decreti legge, a essere prigionieri di quella macchina produttrice di corruzione istituzionale che è divenuta la legge finanziaria, a non avviare e sperimentare forme nuove di rapporto con la società.
Ma il dialogo con l’opinione pubblica, il recupero della fiducia non possono essere affidati solo ad una politica dell’immagine. E soprattutto a quel modo di intendere l’immagine di cui la politica italiana sembra ormai rassegnata prigioniera. In tutti i paesi che frequento non ho mai registrato una bulimia televisiva pari a quella italiana, una overdose di politici (non di politica, che è altra cosa) nei più disparati talk show, da quelli sportivi a quelli in cui si tirano e si prendono torte in faccia. Forse vi sono politici che, senza questo continuo apparire si sentirebbero morti. E invece è proprio un’immagine di morte, o almeno di rinuncia alla dignità quella che proiettano, essendo giustamente percepiti come una logora compagnia di giro, con le sue maschere fisse e che porta in tournée i suoi battibecchi, solo nelle apparenze e nelle parole legati ai problemi delle persone e del mondo. Il Palazzo sembra essersi tutto dissolto nei network televisivi.
Attenzione, però. Ilvo Diamanti ha opportunamente messo in guardia contro frettolosi paralleli tra le cause che portarono al collasso dei primi anni ‘90 e la situazione attuale. Ma il discredito che avvolge la politica sta rafforzando gli altri poteri, da quelli economici a quelli criminali, soprattutto per quanto riguarda la loro legittimazione sociale. E’ da lì che si attingono modelli, sono quelli i Palazzi che si vogliono frequentare.
Il sedimentarsi di questo modo di sentire produce una fuga dalla politica, rendendo ancor più difficile un vero rinnovamento della classe dirigente. Se l’entrata in quel Palazzo diventa un marchio d’infamia, un segno permanente di impurità, chi vorrà varcarne la soglia? E chi lo avrà fatto con spiriti diversi dalla pura carriera e dall’arricchimento, da quel mostruoso connubio con il denaro e la corruzione, dovrà essere additato in eterno come partecipe di una congrega che ha perduto per sempre il diritto di essere presente sulla scena pubblica? In questo modo non si favorirà chi nell’ombra dei poteri, ha coltivato una finta indipendenza?
La politica è una cosa sporca, ha sempre proclamato un perverso senso comune. Per evitare che questo si consolidi come l’unico modo di guardare alla politica bisogna non dare segnali ma avviare azioni concrete. Ristabilire la legalità, prima di tutto: può uno specifico Palazzo, quello di Montecitorio, continuare ad essere il rifugio di chi, condannato in via definitiva dovrebbe da tempo averlo lasciato? Abbandonare i fasti di Palazzo: le Camere devono lavorare o organizzare mostre? Rinunciare all’immagine a favore della trasparenza: presenza televisiva o presenza di soggetti nuovi che seguano da vicino una serie di scelte e ne certifichino la correttezza? Denunciare gli abusi e cominciare ad accompagnarli con l’indicazione precisa di chi li rifiuta e li combatte: è illusorio pensare che la moneta buona possa cominciare a scacciare quella cattiva?
E, soprattutto, spazio parola e mezzi proprio ai moralisti, per avviare quella ricostruzione di un’etica pubblica senza la quale è vana la ricerca di ogni consenso tra i cittadini.
Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

Stefano Rodotà (1933-2017) è stato professore emerito di Diritto civile all’Università di Roma “La Sapienza”. Ha insegnato in molte università straniere ed è stato parlamentare in Italia e in Europa. È stato presidente del Garante per la protezione dei dati personali e del Gruppo europeo dei Garanti per la privacy, ha fatto parte del Gruppo europeo per l’etica delle scienze e delle nuove tecnologie. È tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Tra le sue opere recenti: Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata (il Mulino, nuova ed. 1990), Tecnologie e diritti (il Mulino, 1995), Libertà e diritti in Italia dall’Unità ai giorni nostri (Donzelli, 1997), Repertorio di fine secolo (Laterza, nuova ed. 1999), Tecnopolitica (Laterza, nuova ed. 2004), Le fonti di integrazione del contratto (Giuffrè, nuova ed. 2004), Intervista su privacy e libertà (Laterza, 2005), Perché laico (Laterza, 2009), Che cos’è il corpo? (Luca Sossella Editore, 2010), Diritti e libertà nella storia d’Italia. Conquiste e conflitti 1861-2011 (Donzelli, 2011), Elogio del moralismo (Laterza, 2011), Il diritto di avere diritti (Laterza, 2012), La rivoluzione della dignità (La scuola di Pitagora, 2013). Con Feltrinelli ha pubblicato La vita e le regole. Tra diritto e non diritto (2006) e ha scritto la prefazione a La società sorvegliata (2002) di David Lyon e a La fecondazione proibita (2004) di Chiara Valentini.

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