L'approvazione della legge per la privatizzazione del petrolio dovrebbe rappresentare il coronamento del sogno iracheno di Bush. O forse il suo definitivo fallimento. Proprio l'opposizione al saccheggio del petrolio potrebbe infatti far ritrovare alle frantumate componenti etnico-confessionali irachene quella unità per ora inimmaginabile.
Fin dall'inizio della guerra il petrolio era in cima alle priorità Usa. Quando gli invasori parlavano di salvaguardare ‟il patrimonio del popolo iracheno” non si riferivano certo ai preziosi reperti archeologici del paese: infatti, mentre il museo di Baghdad veniva abbandonato ai saccheggiatori, i carri armati si schieravano a protezione del ministero del petrolio. E non a caso la prima legge fatta approvare al Consiglio governativo iracheno, il 19 settembre 2003, dal proconsole Usa Paul Bremer riguardava proprio la privatizzazione di circa 200 aziende statali, la cui proprietà veniva ceduta al cento per cento a compagnie straniere, autorizzate ad esportare il cento per cento dei profitti realizzati in Iraq. Il provvedimento riguardava banche, miniere, fabbriche. Quello che l'Economist definì allora il ‟sogno capitalistico” non riguardava ancora il settore petrolifero, ma la strada era aperta e nessun iracheno si faceva illusioni. Tutti hanno sempre saputo che l'obiettivo di Bush era mettere le mani sul petrolio e se ci riuscirà avrà vinto la guerra in Iraq, poco importa se non riuscirà a garantire la sicurezza del paese. Il tutto in aperta violazione delle convenzioni dell'Aja che stabiliscono come le potenze occupanti ‟devono essere considerate solo amministratori e usufruttuari delle strutture pubbliche, delle proprietà statali, foreste e terreni agricoli appartenenti allo stato ostile, e situati nello stato occupato”.
Che il petrolio fosse fin dall'inizio l'obiettivo del fronte bellicista lo confermano le parole dell'allora vicesegretario alla difesa Paul Wolfowitz che alla vigilia della guerra, riferendosi all'Iraq, parlava del paese che galleggia ‟su un mare di petrolio”. E per preparare il dossier sul ‟Futuro dell'Iraq” già nel 2002, prima ancora degli ultimatum a Saddam, fu istituita una energy task force guidata da Dick Cheney con il sostegno del Consiglio nazionale della sicurezza Usa e con la collaborazione di iracheni in esilio (poiarrivati in Iraq al seguito delle truppe), funzionari governativi ed esperti internazionali. Proprio quel piano costituisce sostanzialmente la bozza della legge sulla privatizzazione del petrolio depositata presso il parlamento iracheno.
Secondo l'Us energy information administration, l'Iraq con 115 miliardi di barili in riserve accertate - due terzi nell'area di Bassora al sud, un terzo in quella di Kirkuk al nord - si piazzerebbe al terzo posto per le riserve mondiali di petrolio dopo Arabia saudita e Iran. Ma solo un 10% del territorio iracheno è stato esplorato, le prospezioni negli ultimi decenni sono state rallentate da guerre e embarghi, tutto lascia prevedere riserve molto superiori a quelle finora calcolate. Secondo le varie stime ufficiali si dovrebbero aggiungere alle attuali riserve da 45 a 214 miliardi di barili. Ma secondo esperti non-governativi le riserve irachene supererebbero i 400 miliardi di barili, dati che farebbero balzare le riserve dell'Iraq al primo posto nel mondo.
E un altro dato rilevante è la qualità. A rendere il petrolio iracheno pregiato sono, oltre alle favorevoli proprietà chimiche, la relativa facilità di estrazione. Secondo l'Oil and gas journal un barile di petrolio iracheno può essere estratto al costo di 1,5 dollari e forse anche solo di un dollaro, un costo simile a quello saudita e inferiore a qualsiasi altro paese. Con il prezzo del barile sul mercato mondiale a circa 65 dollari, i conti sono presto fatti. Calcoli come questi avevano indotto l'amministrazione americana ad imbarcarsi in un'avventura bellica tanto costosa: la guerra si sarebbe pagata da sé, soprattutto se si fossero avverate le previsioni degli invasori che calcolavano di arrivare in breve tempo alla produzione di 6,5 milioni di barili al giorno. L'estrazione è invece ancora ai livelli dei tempi dell'embargo (vedi intervista). Due imprese vicine alla Casa bianca e finanziatrici della campagna elettorale di Bush, la Halliburton e la Bechtel, hanno avuto i maggiori appalti per la ricostruzione. La loro scelta di sfruttare i pozzi attraverso nuovi impianti e con personale nuovo è stata fallimentare: vista la situazione irachena nessuna compagnia vuole investire nel paese, e inoltre gli unici in grado di far funzionare gli impianti esistenti sono gli iracheni, per abilità e ‟patriottismo”.
In questo quadro si inserisce la proposta di legge sugli idrocarburi basata sui Production sharing contracts. Si tratta di contratti utilizzati quando le prospezioni sono rischiose e costose, e riservano alle compagnie che investono una forte percentuale (circa l'80%) e una concessione a lungo termine (25-30 anni). Ma come abbiamo visto nessuna di queste condizioni è presente in Iraq. Dunque se si dovesse applicare la legge, così come era stata elaborata dagli esperti Usa, che hanno anche organizzato gli incontri del ministro del petrolio iracheno Al Shahristani con le maggiori compagnie petrolifere - tra le quali Shell, Bp, ExxonMobil, ChevronTexaco e Conoco Phillips - l'Iraq si vedrebbe privato di qualsiasi controllo sulla propria principale risorsa, di qualsiasi ruolo all'interno dell'Opec e anche espropriato dei redditi dell'oro nero che le multinazionali sarebbero autorizzate a portare all'estero. Da paese che galleggia sul petrolio l'Iraq si ritroverebbe a non disporre nemmeno di un serbatoio di benzina. E gli Usa a questo punto potrebbero anche abbandonarlo, mantenendo solo un presidio militare per controllare gli interessi delle compagnie petrolifere.
Ma ancora una volta Bush non ha fatto i conti con gli iracheni. Le componenti etnico-confessionali, divise su tutto, potrebbero ritrovare unità contro il saccheggio del petrolio. Resistenza sunnita insieme alle milizie di Moqtada al Sadr, sindacalisti ed esperti petroliferi, parlamentari e politici di vari partiti potrebbero costituire un fronte unito contro la legge sulla privatizzazione del petrolio ed avrebbero sicuramente il supporto della maggioranza degli iracheni.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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