L’hanno assassinato a meno di un chilometro e mezzo dal luogo dell’attentato contro Rafiq Hariri, il 14 febbraio di due anni fa. Un’auto bomba posteggiata davanti allo Sporting Club, sul lungomare della capitale libanese, è esplosa ieri pomeriggio mentre Walid Edo stava per raggiungere alcuni amici per una nuotata pomeridiana. Con lui sono morte almeno altre 9 persone: il figlio che era nella stessa auto, le guardie del corpo, un paio di soldati della piccola base militare che si trova sul posto, e alcuni civili. I commentatori locali lo definiscono «un politico anti-siriano». Un modo indiretto per tornare a denunciare ciò che qui molti pensano, ma non osano dire ad alta voce, e cioè che ancora una volta dietro agli attentati e alla violenza mirata a destabilizzare il «Paese dei Cedri» ci sia la Siria. Oggi motivata in particolare da due elementi: paralizzare il «tribunale speciale» voluto dall’Onu con la speranza di individuare e processare finalmente i responsabili della morte di Hariri e, in secondo luogo, boicottare le elezioni presidenziali libanesi previste per novembre. Sta di fatto che Walid Edo era davvero un «antisiriano». «Un patriota, 64 anni, sunnita, uomo di punta del Blocco del Futuro, il partito di governo oggi capeggiato dal figlio di Hariri, Saad, che insiste perché i lavori del tribunale inizino al più presto. I siriani e i loro alleati potrebbero averlo ucciso anche perché stanno cercando di azzerare nel sangue la maggioranza. L’autunno scorso hanno ucciso un altro importante esponente del governo, il ministro dell’Industria Pierre Gemayel. Ancora 5 assassinii e la coalizione perderà la maggioranza», sostengono polemici al quotidiano cristiano filo-governativo L’Orient le Jour. A parlare chiaro è stato ieri sera il ministro della Comunicazione, Marwan Hamade: «Il regime siriano uccide Edo per ridurre la maggioranza parlamentare. È la stessa mano omicida di una lunga serie». Saad Hariri è stato invece più cauto. «Gli assassini di oggi sono gli stessi di mio padre. Occorre che la Lega Araba boicotti il regime terroristico dei mandanti», ha detto, senza però mai esplicitamente nominare la Siria. In serata nei quartieri cristiani erano stati date alle fiamme alcuni copertoni in segno di protesta. Il governo ha indetto per oggi una giornata di lutto nazionale e il primo ministro Fuad Siniora ha fatto appello all’Onu per far luce sull’assassinio di Eido e alla Lega Araba perché venga convocata una riunione straordinaria. Ma soprattutto il Paese appare spaventato, pessimista, sulla difensiva. Quello di ieri è stato il sesto (e più grave) attentato negli ultimi 20 giorni, tutti indirizzati contro i quartieri cristiani della capitale. Tutto sommato le zone meridionali a sud del fiume Litani, più colpite dai bombardamenti israeliani dell’estate scorsa e oggi presidiate dal contingente dell’Onu sotto comando italiano, appaiono al momento molto più tranquille. Beirut è invece una città sotto assedio. Dopo le nove di sera le strade sono più vuote oggi che non un anno fa. E il governo del premier Fuad Sinora resta sulla difensiva, ancora accerchiato nel parlamento dai manifestanti dell’opposizione guidata dagli sciiti legati all’Hezbollah; oppresso da una gravissima crisi economica, quest’anno il prodotto nazionale lordo potrebbe cadere di 10 punti rispetto ai 12 mesi precedenti la guerra del 2006, il tasso di disoccupazione potrebbe passare dal 15 al 25 per cento; e preoccupato dalla battaglia contro i gruppuscoli filo-Al Qaeda del Fatah al Islam, che dal 20 maggio si stanno scontrando con l’esercito nazionale libanese nel campo profughi palestinese di Nahar el-Bared, a nord di Tripoli. Da allora i morti accertati sono almeno 144, di cui 62 soldati.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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