Tirate le somme, le intercettazioni delle telefonate di Massimo D’Alema e Piero Fassino con l’allora presidente dell’Unipol, Giovanni Consorte, confermano quanto già era emerso dalle cronache della calda estate del 2005: tra i leader della Quercia e la più importante azienda controllata da cooperative aderenti alla Legacoop c’era un rapporto che un tempo si sarebbe definito di collateralismo. Nessuno se ne può sorprendere: come ha ricordato sul ‟Riformista” un socialista craxiano non pentito, Rino Formica, tutte le socialdemocrazie europee hanno un braccio economico e non se ne vergognano. Nella storia delle grandi imprese italiane, del resto, il rapporto con la politica è sempre stato stretto. Per quanti anni si è scritto di un partito Fiat o di un partito Enel o Eni o, perfino, di un partito Falck, tutti trasversali agli schieramenti parlamentari? Ma più ancora delle sensibilità alle lobby, i partiti di governo della Prima Repubblica avevano un insediamento imprenditoriale nelle Partecipazioni Statali. Un leader borghese come Ugo La Malfa coltivava rapporti di amicizia con il banchiere Enrico Cuccia, il padrone dei padroni con il quale aveva condiviso l’Ufficio studi della Comit sul finire degli anni Trenta. E nella Seconda Repubblica il capo del centro-destra ha una presenza personale e larga nell’alta finanza. Per oltre mezzo secolo, i partiti hanno avuto un braccio secolare nell’economia. Al di là degli episodi di corruzione, che a un certo punto si erano fatti sistema, la politica ha considerato a lungo le grandi imprese - principalmente quelle pubbliche - strumenti di politica economica e non soggetti votati al massimo profitto entro una cornice regolatoria certa e trasparente. Con gli anni Novanta, le privatizzazioni, le liberalizzazioni e più ancora la globalizzazione hanno eroso le fondamenta di quegli storici collateralismi. E allora conviene chiedersi quale senso possa conservare il collateralismo residuo tra i vertici Ds e quelli Unipol. Il collateralismo della Prima Repubblica è stato un collateralismo forte, anche nelle sue degenerazioni. Il caso Unipol-Bnl ci racconta, invece, di un collateralismo debole. È l’ingegner Consorte che sa e fa. Fassino chiede. D’Alema ironizza, si offre di parlare con Vito Bonsignore, offrendo un aiuto di rilievo iccola quota di Bnl mentre Consorte aveva montato, con le forze e le relazioni internazionali di Unipol, un’operazione da 5 miliardi. I leader ds coprono i personali entusiasmi per le gesta della compagnia bolognese con una sorta di legalitarismo economico. Nelle interviste del 2005, difendono il mero diritto di Unipol a scalare Bnl, mentre avrebbero potuto sostenere apertamente l’operazione nel nome della pluralità dei capitalismi e delle formule proprietarie, pronti a correre il rischio della verifica dei costi e dei benefici, dei conflitti d’interesse e dei rapporti con il resto dell’economia: tanto per fare un esempio che dà fastidio, dei rapporti competitivi con l’Esselunga alla quale le amministrazioni di sinistra hanno più di una volta fatto difficoltà per favorire le coop. Il collateralismo debole è tale anche per la sua scarsa efficacia. Basti rivedere l’incontro tra il segretario Fassino e Pierluigi Bersani con Antonio Fazio, rivelato dallo stesso governatore ai magistrati: la fusione Unipol-Bnl-Monte dei Paschi non finì mai all’ordine del giorno non solo per le riserve della Banca d’Italia, che si rassegnerà all’Unipol solo come ultima ratio contro la scalata del Banco Bilbao all’ex banca del Tesoro, ma anche e soprattutto per l’orgoglioso rifiuto dei senesi a condividere il potere sul Monte con i capitalisti romani di Bnl e pure con i compagni emiliani dell’Unipol. Fassino e Bersani si mettevano a debito con un uomo e un’istituzione oggetto di dibattito parlamentare per arrivare a un’operazione che non potevano garantire per la loro parte. Il collateralismo debole ha alimentato timori e contrasti dentro il centro-sinistra che hanno avuto un peso nell’assottigliare il vantaggio dell’Ulivo presso l’opinione pubblica nell’anno precedente alle elezioni. E ora può mettere a rischio la gestazione del partito democratico, che non può rimanere ancorato alla cultura minoritaria per la quale i consumatori si difendono con le coop anziché con la promozione e la tutela della concorrenza. Di più, il collateralismo debole può avere oggi la paradossale conseguenza di mettere in difficoltà le stesse cooperative davanti alla Commissione europea, che sta ragionando sulla presenza di aiuti di Stato nella legislazione del settore.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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