Cercava di allontanarsi nascosto in un burqa nero, la palandrana femminile che copre dalla testa ai piedi: è stato però riconosciuto. Così ieri sera le forze di sicurezza pakistane hanno arrestato il maulana (mullah) Abdul Aziz, uno dei due fratelli che amministrano la Lal Majid (Moschea Rossa) di Islamabad, dove ieri sera continuava un confronto a oltranza. Dentro è asseragliato un numero imprecisato di studenti islamici (le stime oscillano tra qualche centinaio a 5.000), armati e decisi a resistere. Tra loro probabilmente anche militanti di organizzazioni di guerriglia ‟jihadi” messe fuorilegge anni fa, secondo le notizie che si ricavano dalla stampa pakistana. Fuori, ad assediarli, c'è uno schieramento ormai imponente di polizia e militari, con blindati . Accerchiano la moschea ribelle da alcuni giorni; martedì lo scontro è precipitato in una vera e propria battaglia che ha lasciato 16 morti e oltre un centinaio di feriti (studenti, militari, e anche un giornalista).
Ieri mattina dalla moschea assediata sono usciti circa 700 studenti e studentesse delle due scuole coraniche della Lal Majid, una maschile e una femminile: hanno deciso di accettare l'offerta di un salvacondotto e 5.000 rupie (pari a 85 dollari) e si sono arresi. Molti vengono dalle zone rurali delle regioni di frontiera con l'Afghanistan e hanno accettato di tornare a casa. Il ministro dell'informazione Mohammad Durrani ha detto che si sono arresi più studenti di quanti il governo si aspettasse, per questo l'ultimatum per la resa è stato spostato più volte nel corso della giornata.
Dentro restano ora gli ‟irriducibili”, giovani che hanno dichiarato ai reporter presenti di preferire la morte alla resa; tra loro (pare) i militanti di alcune organizzazioni fuorilegge che combattono in Kashmir, e l'altro dei due leader religiosi fratelli, il mullah Ghazi Abdul Rashid.
Dunque dopo mesi di indugi il governo pakistano ha deciso di affrontare la sfida lanciata mesi fa dalla Lal Majid: probabilmente nel peggiore dei modi, cioè con sparatorie, morti, e il rischio che finisca ancora peggio.
‟Quanto è accaduto alla Lal Majid deve preoccupare immensamente il governo \, non ultimo perché questo governo è già sotto assedio”, commentava ieri l'editoriale di The Daily Times, autorevole quotidiano pakistano in lingua inglese. Sotto assedio su diversi fronti: negli ultimi tre mesi il presidente-generale ha dovuto fronteggiare la rivolta di giudici e magistrati per la rimozione a forza del capo della Corte suprema, non abbastanza ‟docile” (la questione è ancora aperta); entro la fine dell'anno si dovrebbero tenere le elesioni legislative, ma il presidente vorrebbe convocare prima le presidenziali per pottenere un nuovo plebiscito personale: per farlo ha bisogno dell'avvallo della Corte suprema, e da qui nasce la rimozione forzata di cui sopra. Su un altro fronte, Musharraf è di fronte a una sfida senza precedenti da parte delle forze religiose: in Pakistan si usa il termine ‟talebanizzazione” di ritorno. La vicenda della Moschea Rossa illustra bene l'ambiguità del presidente, che dichiara di combattere l'estremismo ma si appoggia ai partiti islamici per emarginare le forze politiche civili, e per questo ne subisce il ricatto.
Da mesi ormai in Pakistan politici, editorialisti e attivisti democratici si chiedevano perché mai il governo del generale Parvez Musharraf tollerasse una simile sfida. La Moschea rossa, a un paio di chilometri dalla sede del governo e dal quartiere delle ambasciate nella capitale pakistana, è solo una di molte istituzioni religiose in Pakistan che predicano un islam ultraortodosso, con aperto e rivendicato sostegno ai Taleban afghani. In gennaio ha lanciato una sfida aperta e diretta al governo: i due fratelli mullah hanno proclamato di voler instaurare la shari'a (legge coranica) in tutto il Pakistan, poi lanciato una campagna di ‟moralizzazione” con assalti a negozi di dischi e a veri o presunti bordelli, ocupazioni violente e prese d'ostaggi. Una sfida aperta a cui il presidente ha deciso di rispondere un paio di settimane fa, dopo l'ennesima presa d'ostaggi. ‟Il governo ha detto chiaro che il tempo dei negoziati con i leader della Lal Majid è scaduto, di fronte all'attaggiamento ostinato dei fratelli Ghazi”, ha detto ieri il portavoce del governo. La moschea è sotto assedio - e il governo anche.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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