Quotare o non quotare la Fincantieri in Borsa? Questo dilemma agitato dalla Fiom, interessante ma non epocale, potrebbe aprire una dialettica tra Rifondazione comunista e il suo sindacato di riferimento, capace - chissà - di riformare alla tedesca la cultura della sinistra radicale nell’Europa divisa tra economia sociale di mercato e scelta liberista tout court. In questi giorni, Berlino fa riflettere. Il governo di Angela Merkel fa sapere che non venderà quote di Deutsche Post e di altre aziende a controllo pubblico in via di ulteriore privatizzazione ai fondi di private equity. L’ingresso del Blackstone Group nel capitale di Deutsche Telekom va considerato, al momento, un’operazione singolare, utile per cambiare un management incapace e ristrutturare un ex monopolio troppo pesante con la riduzione delle paghe del 6,5 per cento e l’aumento del 10% dell’orario di lavoro per 50 mila addetti ai call center. Come racconta il Financial Times, la collaborazione tra tesoro tedesco e il fondo americano ha insegnato qualcosa a entrambi: Blackstone ha imparato a non avere tutto (un taglio delle paghe più alto, il buy back delle azioni, la cessione dei call center, il collocamento in Borsa del 49% di T-Mobile Usa) e i sindacati tedeschi non hanno potuto contare su un capo del personale a loro prono. L’accordo Deutsche Telekom, che contrasta con quelli ben più generosi stipulati in altri grandi gruppi con bilanci migliori, è stato sottoscritto perché il sindacato tedesco sa assumersi le sue responsabilità, condividendo con gli altri stakeholders l’obiettivo generale del successo dell’impresa. E tuttavia la signora cancelliere, che socialdemocratica non è, si ferma al primo esperimento perché è insorto un nuovo problema: stanno fiorendo fondi di private equity enormi, promossi da Stati come la Cina, Singapore, gli emirati, la Russia che possono comprare aziende della difesa e delle telecomunicazioni o grandi banche delle quali la Deutschland Ag non vuol perdere il controllo. A Berlino, la finanza non viene idolatrata e neppure condannata a priori, ma usata con pragmatismo, valutando costi e benefici, rischi e opportunità. In Italia, il governo di centro-sinistra intende cedere il 49% di Fincantieri sul mercato tramite un aumento di capitale di 4-500 milioni e, per una parte minore, tramite cessione di azioni. Il gruppo cantieristico triestino potrà così avere di che finanziare non solo gli investimenti (600 milioni), ma anche le acquisizioni estere (200 milioni) e, soprattutto, il maggior capitale circolante (6-700 milioni) che sarà reso necessario dalla prevedibile crescita dimensionale delle navi in produzione. La Fiom teme che le acquisizioni estere portino alla delocalizzazione delle attività a minor valore aggiunto con conseguente perdita di posti di lavoro nei cantieri italiani. Fincantieri nega e spiega che le acquisizioni serviranno ad aggiungere produzioni a quelle esistenti. La Fiom non ci crede e osteggia il collocamento in Borsa: basterebbero 250 milioni di investimenti in cinque anni. Il caso è straordinario. Non capita spesso un sindacato che snobbi gli investimenti. E questa stranezza mette alla prova la sinistra radicale. Il responsabile economico di Rifondazione comunista, Maurizio Zipponi, interviene sul manifesto per dire che il no alla Borsa non è un Vangelo e che la quotazione è sbagliata perché manca un piano condiviso con il sindacato. I toni non sono gli stessi del «Libro bianco» dei metalmeccanici Cgil, ma resta la difficoltà di un partito di governo che appalta al sindacato, invertendo il senso dell’antica cinghia di trasmissione, l’opinione di merito: a un sindacato che non sa leggere le mosse dei concorrenti esteri, uno per tutti la norvegese Aker Yards (quotata nel 2004), e pretende il diritto di veto alla tedesca senza la corrispondente assunzione di responsabilità su cui si fonda la cogestione, la mitbestimmung. In un recente convegno alla Borsa di Milano, alla presenza di Bertinotti e Bersani, Zipponi ha proposto l’apertura dei consigli di amministrazione delle grandi imprese a rappresentanti del lavoro. Ma, come insegna la Germania, si partecipa ai board per far crescere le aziende, non per fare la guerra di classe con altre armi.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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