Forse il principale evento intellettuale verificatosi in Francia nel corso dell'ultimo anno è stato l'attacco ben coordinato all'opera di Alain Badiou. Prima una serie di articoli pubblicati su "Le monde", poi un intero pacchetto di testi su Les temps modernes e ora, infine, il libro di Éric Marty, Une querelle avec Alain Badiou, philosophe apparso nella collana ‟L'Infini” di Gallimard. Il filo comune di tutti questi attacchi è l'accusa rivolta a Badiou di essere un antisemita e persino un revisionista sull'Olocausto sotto mentite spoglie.
Gli attacchi non sono stati scatenati dall'uscita del suo capolavoro Logiques des mondes, un'esposizione sistematica del suo pensiero, ma da un volumetto di brevi saggi politici, Circonstances 3 (edito da Léo Scheer-Lignes, nel 2005), scritto a quattro mani con Cécile Winter, su ‟la parola ebreo”. Qui Badiou rifiuta lo sfruttamento politico dell'Olocausto, perora il recupero dell'identità ebraica ‟universalista” e auspica per il conflitto israelo-palestinese la soluzione ‟con un solo Stato”.

Termini di fedeltà
Le passioni scatenatesi indicano quanto sia alta la posta in gioco di questo scontro, in corso prevalentemente tra i lacaniani, sì che esso diventa anche, in un certo qual modo, uno scontro per l'eredità politica di Lacan. L'ulteriore ironia è che esso veda protagonisti soprattutto ex maoisti (Badiou, Milner, Levy, Miller, Regnault, Finkelkraut), tra i quali ha portato alla rottura di molte amicizie personali (ad esempio, tra Badiou e Jean-Claude Milner). Lo scontro concerne lo status dell'‟Uno” in quanto designante una soggettività politica: il nome di questo ‟Uno” è il risultato di una lotta politica contingente, o è radicato in qualche modo in una identità particolare più sostanziale?
Per i ‟maoisti ebrei” il termine ‟ebrei” sta per ciò che resiste alla tendenza globale odierna a superare ogni limitazione, compresa la stessa finitezza della condizione umana, in una ‟deterritorializzazione” e una ‟fluidificazione” radicalmente capitalistiche (tendenza che raggiunge la sua apoteosi nel sogno gnostico-digitale di trasformare gli stessi esseri umani in software virtuale capace di ricaricarsi da un hardware all'altro).
Così il termine ‟ebrei” starebbe per la più elementare fedeltà a ciò che si è. In questo senso, Francois Regnault, nel libro Notre objet ‟a” (Verdier 2003), sostiene che la sinistra attuale chiede agli ebrei (molto più che ad altri gruppi etnici) di ‟cedere rispetto al loro nome”, si tratta di un riferimento alla massima etica di Lacan ‟non cedere rispetto al tuo desiderio”... Qui va ricordato che lo stesso passaggio da una politica emancipatoria radicale alla fedeltà al termine ‟ebreo” è già discernibile nel destino della Scuola di Francoforte, specialmente negli ultimi testi di Horkheimer. Qui gli ebrei sono l'eccezione: nella prospettiva multiculturalista liberale, tutti i gruppi possono affermare la propria identità - tranne gli ebrei, la cui stessa autoaffermazione finisce per equivalere al razzismo sionista.
Contrariamente a questo approccio, Badiou ed altri insistono sulla fedeltà all'Uno che emerge e si costituisce attraverso la battaglia politica stessa della/per la attribuzione del nome e, come tale, non può fondarsi su un particolare contenuto determinato (come le radici etniche o religiose). Da questo punto di vista, la fedeltà al termine ‟ebrei” è l'opposto (il riconoscimento silenzioso) della sconfitta delle autentiche lotte emancipatorie. Nessuna meraviglia, se coloro i quali chiedono fedeltà al termine ‟ebrei” sono gli stessi che ci mettono in guardia contro i pericoli ‟totalitari” di qualsiasi movimento emancipatorio radicale. La loro politica consiste nell'accettare la fondamentale finitezza, la limitazione della nostra situazione, e la Legge ebraica è il segno estremo di questa finitezza. Ecco perché, per loro, tutti i tentativi di superare la Legge per andare verso l'amore che tutto abbraccia (dalla cristianità, passando per i giacobini francesi, fino allo stalinismo) non possono che finire nel terrore totalitario. Per dirla in breve, l'unica vera soluzione alla ‟questione ebraica” è la ‟soluzione finale” (il loro annientamento), perché gli ebrei che sono objet a sono l'estremo ostacolo alla ‟soluzione finale” della storia stessa, al superamento delle divisioni in una unità e una flessibilità omnicomprensive.

La ragione sottratta allo stato
Ma non è forse vero che, nelle vicende dell'Europa moderna, sono stati proprio degli ebrei atei, da Spinoza, a Marx e a Freud, a sostenere la ricerca dell'universalità? L'ironia è che nella storia dell'antisemitismo gli ebrei rappresentino entrambe queste polarità. A volte rappresentano un ostinato attaccamento alla loro particolare forma di vita che gli impedisce di diventare pienamente cittadini dello stato in cui vivono, altre un cosmopolitismo universale sradicato e ‟senza tetto”, indifferente a tutte le forme etniche particolari. In tal modo la prima cosa da tenere a mente è che questa battaglia è (anche) insita nella identità ebraica. E, forse, questa battaglia ebraica è oggi la nostra battaglia principale: la battaglia tra la fedeltà all'impulso messianico e la ‟politica della paura” reattiva (nel preciso senso nietzscheano del termine) mirante a preservare una identità particolare.
Il ruolo privilegiato degli ebrei nel determinare la sfera dell'uso pubblico della ragione fa perno sul loro sottrarsi a ogni potenza statuale. Questa posizione della ‟parte di nessuna parte” di ogni comunità nazional-statuale organica - non la natura astratta-universalistica del loro monoteismo - fa di essi una incarnazione dell'universalità. Dunque, nessuna meraviglia che, con la creazione dello stato-nazione ebraico sia emersa una nuova figura di ebreo: un ebreo che resiste all'identificazione con lo stato di Israele, che rifiuta di accettare lo stato di Israele come la sua vera casa, un ebreo che ‟si sottrae” a questo stato, e che lo include tra gli stati nei cui confronti desidera mantenere una distanza e vivere nei loro interstizi - ed è questo ebreo perturbante ad essere l'oggetto di ciò che non possiamo che definire ‟antisemitismo sionista”, l'eccesso straniero che disturba la comunità dello stato-nazione. Questi ebrei, gli ‟ebrei degli stessi ebrei”, degni eredi di Spinoza, sono oggi gli unici ebrei a continuare a insistere sull'‟uso pubblico della ragione”, rifiutando di sottoporre il loro ragionamento al dominio ‟privato” dello stato-nazione.
Così, non è facile indovinare i termini reali di questo conflitto. Commentando la crescente risonanza del pensiero di Alain Badiou, Alain Finkelkraut ha recentemente definito tale pensiero ‟la filosofia più violenta, sintomatica del ritorno del radicalismo e del crollo dell'antitotalitarismo” (citato dall'articolo di Eric Aeschimann, ‟Mao en chair”, apparso su Liberation, il 10 gennaio scorso): una onesta ammissione di stupore per il fallimento del lungo e arduo lavoro di ‟antitotalitaristi”, difensori dei diritti umani, oppositori dei ‟vecchi paradigmi della Sinistra” di tutti i tipi, dai nouveaux philosophes francesi ai cantori della ‟seconda modernità”.
Ciò che avrebbe dovuto essere morto, liquidato, completamente screditato, sta tornando con grande forza. Possiamo capire la loro disperazione: com'è possibile che dopo aver spiegato per decenni, non solo nei trattati accademici ma anche nei mass media, a chiunque volesse ascoltarli (e a molti che non volevano) i pericoli dei ‟maestri del pensiero” totalitari, questo tipo di filosofia stia tornando con tutta la sua violenza? La gente non capisce che il tempo di queste pericolose utopie è finito? Abbiamo forse a che fare con una qualche strana, ineradicabile cecità, o con una costante antropologica innata, una tendenza a soccombere alla tentazione totalitaria?

Processo alla parola
La nostra proposta è capovolgere la prospettiva: come lo stesso Badiou avrebbe detto col suo platonismo unico, le idee vere sono eterne, indistruttibili, tornano sempre, ogni volta che sono state dichiarate morte. Per Badiou ciò è sufficiente per riaffermare queste idee chiaramente, e il pensiero anti-totalitarista appare in tutto il suo mistero come ciò che realmente è: un esercizio sofistico senza valore, una pseudo-teorizzazione delle più basse paure, dei più bassi istinti opportunisti e survivalistici, un modo di pensare che non è solo reazionario ma anche profondamente reattivo nel senso nietzscheano del termine.
Così, c'è anche un gusto provinciale molto francese per questa battaglia: l'invidia dei nouveaux philosophes che, con tutto il sostegno dei media e tutto il loro impegno nella guerra fredda anticomunista ed ora nella ‟guerra al terrore”, non hanno saputo suscitare un qualunque serio interesse al di fuori della Francia, e sono stati smascherati come un fenomeno provinciale francese. Il recente travelogue sugli Usa di Bernard-Henry Lévy (American vertigo, trad. it. di Cristiana Latini, Rizzoli, pp. 405, euro 19), un tentativo di reinventarsi come novello Tocqueville, negli Usa è stato oggetto di derisione. L'unico aspetto interessante del suo tour americano per promuovere il libro è stato rappresentato dalle voci di un suo affair con Sharon Stone. Resta il fatto che, negli ultimi anni, il pensiero politico francese nel mondo anglosassone è rappresentato da tre nomi: Alain Badiou, Jacques Ranciere, Étienne Balibar. E meritatamente - per una volta, la storia è giusta.

Traduzione Marina Impallomeni
Slavoj Zizek

Slavoj Zizek

Definito dalla stampa statunitense "il gigante di Lubiana", Slavoj Zizek è un filosofo i cui interessi vanno dalla psicoanalisi alla filosofia alla politica. Sloveno, nato nel 1949, "clerico vagante" nelle università tedesche, americane, australiane, testimone privilegiato del crollo della sua nazione, la ex Jugoslavia, Zizek è uno dei pochi pensatori viventi ad avere il coraggio di interpretare la cultura di massa mediante la filosofia, ma anche di chiarire Hegel e Freud attraverso Schwarzenegger e Stephen King.

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