Il presidente pakistano, generale Parvez Musharraf, ieri ha escluso di voler dichiarare lo stato d'emergenza: ha smentito così le indiscrezioni riferite da alcune tv internazionali fin dalla mattina. Di stato d'emergenza però si parla da tempo, in Pakistan, e la smentita rafforza l'impressione di una crisi che precipita.
Ieri mattina un attacco suicida ha colpito un convoglio dell'esercito in Nord Waziristan, uno dei distretti semiautonomi (‟agenzie tribali”) del Pakistan nord-occidentale confinante con l'Afghanistan: sono rimasti uccisi 17 soldati, oltre a un numero imprecisato di combattenti taleban nel combattimento che ne è seguito. Sale così a oltre 130 il numero dei morti in attacchi di guerriglieri islamisti nel mese di luglio, di cui 50 soldati uccisi in attacchi suicidi solo nell'ultima settimana, dopo la sanguinosa conclusione dell'assedio alla Lal Majid, la ‟moschea rossa” di Islamabad - costato 75 morti tra cui il leader della moschea, decine di studenti armati e molti agenti di sicurezza.
Il giorno prima, martedì, 17 persone sono morte e almeno 60 ferite in un attacco suicida nella stessa capitale Islamabad: là l'obiettivo era una raduno di avvocati e magistrati a cui doveva intervenire Iftikhar Chaudhry, il capo della Corte suprema che il presidente Musharraf ha sospeso il 9 marzo scorso con una decisione d'autorità. Da allora il magistrato è diventato il punto di riferimento di un'opposizione al governo militare, a cui partecipano i principali partiti (‟laici”, nel senso di non-islamici) del paese. In effetti l'esplosione, martedì, è avvenuta presso un banchetto del Partito popolare della ex premier Benazir Bhutto: qualcuno commenta che sia la vendetta dei gruppi estremisti islamici, perché il Partito popolare aveva approvato l'intervento contro la Moschea Rossa. Persone vicine al giudice Iftikhar dicono invece che era proprio lui l'obiettivo. Mentre la signora Bhutto parla di ‟mani occulte”, per dare al presidente Musharraf il pretesto per proclamare lo stato d'emergenza e posporre all'infinito le elezioni legislative, che dovrebbero tenersi entro la fine dell'anno.
Comunque sia, suonano paradossali le parole del presidente Musharraf, che ha preso il potere con un golpe 8 anni fa e mantiene la carica di capo delle forze armate: la soluzione alla crisi, ha detto, ‟sta nel processo democratico”. Per ora niente stato d'emergenza. Il presidente però deve far fronte a due tipi di sfida politica, quella islamista e quella dell'opposizione ‟liberale”.
La settimana scorsa, mentre si concludeva la prova di forza contro la moschea Rossa di Islamabad, Musharraf ha lanciato un'operazione militare in Nord Waziristan, mandando migliaia di nuovi soldati a cercare di riprendere il controllo di un territorio aspro, popolato da clan ostili alla presenza dell'esercito, e soprattutto roccaforte di milizie taleban (pakistane e non, compresi gruppi legati a al Qaeda, a quanto pare). Il Nord Waziristan è uno dei distretti dove il governo centrale (anzi, l'esercito) dieci mesi fa aveva negoziato ‟accordi di pace” con i capi delle tribù pashtoon, portando a una sorta di tregua che, diceva il governo, doveva ‟togliere consenso all'estremismo religioso”. E' opinione comune nell'opposizione liberal e democratica pakistana che quegli accordi abbiano in realtà permesso ai taleban di rafforzare il proprio autoproclamato ‟emirato islamico” e riorganizzarse le attività militari oltrefrontiera (in Afghanistan). E' per questo del resto che i comandi americani e della Nato a Kabul, oltre all'amministrazione di George Bush a Washington, hanno mal digerito quegli accordi di pace, che considerano appeasing - ‟ammansire” i terroristi facendo loro concessioni. Proprio ieri il capo del Consiglio per la sicurezza interna (Homeland Security) degli Stati uniti ha dichiarato al New York Times che la strategia di lotta a al Qaeda in Pakistan ‟è fallita”, e che gli Usa devono fare di più per ‟aiutare” Musharraf a controllare le zone di frontiera con l'Afghanistan
L'offensiva lanciata ora nel Nord Waziristan (e in altri autoproclamati ‟emirati” taleban) mette fine agli ‟accordi di pace”, anche se alti funzionari del governo pakistano dicono di volerli salvare. Non che sia la prima offensiva dell'esercito pakistano nelle zone di frontiera; dal 2002 se ne sono susseguite a decine. E' difficile dire se riuscirà a ‟mettere fine alla minaccia dell'estremismo”, come ha detto ieri Musharraf: è dagli anni '80 che l'esercito (allora con il dittatore Zia ul Haq) usa la destra religiosa per farne una forza d'urto sia sulla scena esterna (in Afghanistan o nel Kashmir conteso all'India) che in quella interna (contro le forze politiche democratiche). Anche questa volta però una bella offensiva contro il terrorismo sulla frontiera taleban potrebbe aiutare il presidente a tagliare corto sulla sfida politica interna: la rivendicazione di elezioni a cui possa partecipare l'opposizione, l'indipendenza della magistratura, la legittimità di un suo nuovo mandato.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>