In un silenzio impressionante il Rodano va verso la stretta di Beaucaire dove Annibale traghettò i suoi 40 pachidermi; scena raccontata magistralmente da Polibio e immortalata in secoli di grandiose iconografie. Poco prima dello sbarramento di Vallabréguès un cartello nell´erba indica "263", duecentosessantatré chilometri per la foce. Da una piazzola posso vedere le chiatte che entrano nelle chiuse e le famigliole - molti nonni e bambini - che vengono a sentire la voce antica del fiume. Il mio "Dumbo" russa esausto con le ventole al massimo, e se fosse davvero un elefante si succhierebbe il Rodano intero.
All´ombra di un pioppo tiro le somme di una giornata incendiaria dai Pirenei fino a qui attraverso le terre dei Catari, devastate dai papisti cento volte peggio che da Annibale. ‟Come facciamo a distinguere gli eretici dagli altri?” pare abbiano chiesto i soldati al pontefice, che rispose: ‟Bruciateli tutti, Dio saprà chi salvare”. Una giornata di gran vento, con le pietrose Corbières battute da diafane nubi atlantiche. E poi l´abbazia di Fontfroide, il Canal du Midi e l´impressionante acquedotto romano detto Pont du Gard, immobili nella canicola.
Su lato francese dei Pirenei mi ha offerto riparo il piccolo "Café de l´Union", stupendamente piazzato tra un tornante e il ponte sul Tech. Lì ovviamente non lo sanno, ma per me il luogo resterà immortale per via di una fornaia ambulante - bella come la dea Cerere - che mi ha salutato dal furgone, una ruvida ostessa di paese e una baguette al paté di cinghiale placidamente consumata sotto un platano, con birra e cetriolone d´ordinanza, i piedi quasi a mollo nel torrente.
Poco prima, sul colle di Arès, quello valicato nel 218 dai cartaginesi, non c´era nessuno. Solo una moto ogni tanto. Nella locanda ero l´unico avventore, e il gestore era sul depresso. Gli ho consigliato di disegnare fuori un bell´elefante e scrivere in grande: "Annibale è passato QUI". Lui non sapeva niente della storia, e non so se mi abbia preso per matto.
***
Quando alla stretta di Beaucaire vedo arrivare una chiatta di nome "Passaat", probabilmente olandese, con un marinaio francese a bordo, mi prende voglia di attaccar discorso.
Da dove venite?
‟Rotterdam, monsieur”.
L´uomo sta fissando le gomene, mentre i portonazzi della chiusa tornano a chiudersi. Gli chiedo se sa di Annibale e del suo passaggio qui.
‟Ici? Hannibal? Vraiment? Racontez-moi, monsieur”.
Sì, gli dico, è passato con cinquantamila uomini e quaranta elefanti. E poiché i bestioni non amano l´acqua fonda, ha coperto le chiatte di terra e foglie, poi li ha legati per bene e ha mandato avanti le femmine.
‟Formidable, Jumbo che passa il Rodano, che spettacolo! Le femmine davanti e i maschi dietro… era un furbone Hannibal”.
Gli ricordo che Annibale era un maghrebino, dunque l´Africa invadeva l´Europa.
‟Un africano, sicuro… Qua è pieno di africani anche oggi. Non è cambiato niente, monsieur”.
Mi accorgo che intorno, a guardare le chiatte, ci sono anche famiglie immigrate dal Nordafrica. Eh, la Francia non è più la Francia, gli dico mentre il livello dell´acqua comincia a scendere.
‟Vero. Ma non sono loro ad averci invaso, siamo noi che li abbiamo fatti venire. Noi abbiamo ridotto la Francia a un ipermercato”.
Ora la chiatta è cinque metri più in basso, per sentirci dobbiamo parlare forte. Suona una sirena. Lui canticchia qualcosa.
‟C´est pas Hannibal, c´est pas Hannibal qui a détruit la France”. Non è Annibale, non è Annibale che ha distrutto la Francia.
Seguono altre parole incomprensibili. Faccio in tempo a chiedergli come si chiama.
‟Hercule, mi chiamo Hercule” quasi grida mentre le chiuse si aprono con cigolii spaventosi.
Fantastico. Hercule, un nome introvabile oggi.
‟C´est pas Hannibal, c´est pas Hannibal…”
Lo sento che canta il suo refrain, mentre la chiatta scende con la corrente verso il bianco castello di Tarascon.
***
Ed è a Tarascon, subito oltre il ponte, che trovo il monumento - appena inaugurato - alla Tarasca, mitologico mostro anfibio alato che divora i viandanti appostandosi sui malpassi, guadi o gole di montagna. La municipalità tarasconese l´ha voluta simile a un´enorme tartaruga, gonfia come un pallone aerostatico e la pelle coperta di spuntoni tipo mina galleggiante. Tartarino è l´eroe liberatore, il cacciatore che esorcizza la belva sanguinaria, ma il moderno racconto burlesco è solo l´ultima trasformazione di una grandiosa leggenda antica. Quella di Taras, o Taranis, corrispondente celtico della sfinge.
Dal Rodano fino al Po la rappresentano ancora, in mille varianti, in modo simile al drago thailandese sputafuoco che cammina, colorata gualdrappa portata da decine di persone. Una volta me ne parlò un mitico cacciatore di storie delle valli cuneesi, gigantesco pure lui come una Tarasca. Sergio Maffioli si chiamava, e in una sera di temporale mi raccontò per ore di come il mostro fu sconfitto da Santa Marta e da Maria Maddalena e poi scappò volando, per morire alla falde del Monviso.
Leggo che un tempo in tutta la Gallia era costume uccidere i viaggiatori e che toccò a Ercole - che poi avrebbe fondato la città di Alesia - interrompere la barbara usanza. Ercole, come il marinaio della chiatta olandese. Chissà, mi chiedo, se fu lui a uccidere anche la Tarasca... Sarebbe logico: a pensarci, è la terza volta che incontro il Forzuto in questa strada annibalica. Nella sua variante fenicia di Melkqart, lui è già a Cadice, punto d´arrivo spagnolo della famiglia Barca da Cartagine. E´ lì che uccide Gerione dalle tre teste, poi ruba le mele d´oro guardate da un drago nel giardino delle Esperidi, dolci creature del tramonto. "Espera", in greco è la sera, e il giardino delle Esperidi segna le mitologiche "Porte della sera", dove l´Europa finisce nel Fiume Oceano.
È attorno alle colonne d´Ercole che tutto comincia. È al tempio di Ercole-Melkqart che Annibale celebra prima di imbarcarsi nella sua avventura. È la strada di Ercole che lui fa quando passa i Pirenei, chiamati così dall´eroe greco dopo la morte dell´amata Pirene. Forse è di Ercole anche il passaggio del Rodano abitato dalla Tarasca. Ma certo! Ercole di lì è passato di sicuro! Ercole dove va dopo i Pirenei? Sulle Alpi! Va sulle Alpi con la mandria di buoi dal pelo fulvo rubata a Gerione! Ma le Alpi non sono la strada di Annibale?
***
Mi siedo sulla riva del fiume. Mi gira la testa, non sento nemmeno le zanzare. Che viaggio sto facendo? Ho con me il dizionario mitologico, un libretto che spesso mi toglie d´impiccio. Sotto la voce "Ercole" ci sono tre pagine di imprese complicatissime, stampate in caratteri minimi. Devo - a questo punto è chiaro - sapere dove va Ercole dopo le Alpi. Dove va, dannato lui? Sul Tevere va. E sul Tevere che fa? Uccide un pastore sputafuoco con tre teste, detto Caco, gli ha rubato due tori e quattro manzi tirandoli per la coda in modo da confondere le tracce. Di nuovo la strada di Annibale. E poi? Alle porte dell´Averno va, in Campania, dove Annibale si gode gli ozi di Capua. E Poi? A Locri, dove il Nostro parte per tornare a Cartagine, quindici anni dopo.
Pazzesco. E se Annibale avesse fatto APPOSTA la strada di Ercole uccisore di mostri e fondatore di città? Leggo ancora che lui aveva sempre con sé un centro-tavola d´oro raffigurante l´eroe. "Ercole Epitrapezios" si chiamava, e aveva accompagnato Alessandro il Grande nel suo cammino verso l´ignoto. Ma allora è chiaro: questo che sto facendo non è un viaggio, ma un pellegrinaggio. Annibale gli elefanti non se li porta dietro solo per spaventare i Romani, ma per fare qualcosa di MEMORABILE. Forse - anzi, sicuramente - lui affronta apposta le erculee fatiche, per segnare per sempre l´immaginario dei posteri. Le studia, le pianifica con cura. Lo fa per diventare un Grande, anche agli occhi dei suoi soldati, e legarli a sé per la vita.
Parto verso Carpentras, col Mont Ventoux violetto nella sera che mi indica la strada come il faro dei naviganti. Ora lo so: sto seguendo un genio, che ha costruito un´epopea ricalcando uno schema immortale. Cielo verde, falcetto di Luna con Venere accanto, luci di villaggi verso le Alpi.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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