La coincidenza non è certamente casuale. L'arrivo a sorpresa di Bush in Iraq voleva evidentemente creare un effetto mediatico che mettesse in secondo piano il ritiro delle truppe britanniche da Bassora. Il presidente Usa voleva anche rassicurare i suoi militari, a pochi giorni da un atteso rapporto al congresso del generale David Petraeus, responsabile delle forze Usa in Iraq. Pensare che il suo atterraggio nella base di al Anbar invece che a Baghdad, segni un cambiamento della politica Usa verso i sunniti è probabilmente azzardato visto che con il ritiro inglese resta scoperto il sud sciita, che potrebbe finire nelle braccia dell'Iran. Comunque è chiaro che Bush sta pensando a come parare i colpi e lo ha fatto ieri annunciando un ritiro di truppe, come lo aveva fatto con il ripensamento sullo scioglimento dell'esercito iracheno fatto da Bremer.
Il ritiro dei militari di sua maestà dall'ex palazzo di Saddam, che si affaccia sullo Shat al Arab, è un gesto simbolico, visto che la seconda città dell'Iraq era già nelle mani delle forze irachene, ma lasciando il Basra Palace i soldati britannici non sono più presenti fisicamente in città. Ora le truppe - 5.500 uomini - sono concentrate nella base vicina all'aeroporto, pronte alla partenza che dovrebbe avvenire entro l'anno. Resteranno i militari per l'addestramento delle truppe irachene.
L'ira della Casa bianca è comprensibile, non solo perché si tratta del ritiro del secondo contingente presente in Iraq, ma perché il ritiro britannico lascia scoperto tutto il sud dove transitano tutti i convogli che riforniscono l'esercito americano provenienti dal Kuwait. Non solo. Bassora, con il 60 per cento del petrolio iracheno, è la città più ricca del paese e gli Usa temono di perdere il controllo dell'oro nero e anche degli sciiti.
Nel frattempo tra Stati uniti e Gran bretagna si è scatenata una rissa di accuse reciproche: il generale Mike Jackson, ex comandante delle truppe britanniche in Iraq, ha descritto il comportamento Usa dopo l'invasione una miserevole catastrofe determinata dalla tracotanza e stupidità. Jack Keane, un consigliere di Petraeus, ha risposto attaccando la debole performance delle truppe britanniche a Bassora. Per la verità si tratta di critiche già sentite. Il vero problema è che né Bush né Brown, ma soprattutto Blair, ammetteranno la sconfitta. Bush continua a parlare di successi, mentre per il premier britannico il ritiro era "pre-pianificato e organizzato".
La decisione del ritiro è stata determinata ufficialmente dalla capacità delle forze irachene di assumere il controllo del territorio. In questo c'è un fondo di verità: da tempo il controllo è in mano delle milizie armate sciite che si spartiscono i compiti. Le brigate al Badr del Consiglio supremo islamico dell'Iraq controllano l'intelligence e i comandi della polizia, l'esercito del Mahdi di Moqtada la polizia locale e le autorità portuali, mentre Fadhila - che contende a Moqtada l'eredità del padre Sadeq al Sadr - le forze che proteggono gli impianti petroliferi. Il comportamento di queste milizie non è certo una garanzia di legalità. Secondo un leader delle milizie, "l'80 per cento degli autori degli assassini commessi nel 2006 vestivano uniformi da poliziotto, usavano armi e macchine della polizia". Un giornalista free lance, Steven Vincent, che aveva denunciato questa situazione sul New York Times era stato rapito e poi assassinato nell'agosto del 2005. Tutto questo avveniva mentre la città era sotto il controllo britannico. Mentre gli attacchi contro le forze di occupazione sono aumentate negli ultimi mesi e forse anche questo ha contato nella decisione del ritiro: 168 sono i soldati britannici uccisi dal 2003.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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