Faccio fatica ad orientarmi. Da qualche tempo andavo ‟predicando” che di legalità - in Italia - è sempre più difficile parlare. Roba fuori moda. Favolette per ingenui. La ‟filosofia” dominante, da circa un lustro a questa parte, mi sembrava infatti quella che le regole van bene finché si proclamano, ma di fatto... fesso chi ci crede; perché in fondo così fan tutti e chi sbaglia (soprattutto se può e conta) non paga; in caso di necessità, poi, si poteva sempre sperare in un condono - magari tombale - o in qualche legge mirata ‟ad personam” o in una prescrizione anticipata da una legge tipo la (ex) Cirielli. Nello stesso tempo, chi forniva questi cattivi esempi poi lo si trovava quasi sempre piazzato in prima fila nel chiedere ‟tolleranza zero”... per gli altri. Il modello vincente prevedeva severità, se non spietatezza, verso gli altri (soprattutto se ‟diversi”), e nel contempo un bel po’ di indulgenza nei propri confronti.
Con la conseguenza - sul piano giudiziario - della compresenza di due distinti codici: uno per i ‟galantuomini” (cioè le persone giudicate, in base al censo, comunque ‟per bene”...), congegnato per favorire il trascorrere del tempo finché al giudice si sostituisca - nel definire i processi - la mannaia della prescrizione. Mentre per tutti gli altri il processo (pur con le sue lentezze) segna la vita e i corpi delle persone, a volte stritolandole. Ecco allora che parlare di legalità - interfaccia di uguaglianza - stava davvero diventando sempre più difficile. Ovviamente, come tanti altri continuavo a ripetermi che di legalità - invece - bisognava continuare a parlare. Anzi, ostinarsi a pretenderne sempre di più, nonostante l’aria di sufficienza o fastidio dei furbi e ‟benpensanti” che considerano questi discorsi non abbastanza moderni. Perchè senza regole non c’è partita, o la partita è truccata. Nel senso che solo il rispetto delle regole può disegnare un quadro riferibile all’interesse generale, che perciò offra a tutti almeno speranze di vita migliore e di crescita ordinata e comune. Senza di che a prevalere saranno - inesorabilmente - i rapporti di forza, gli interessi particolari di questo o di quello (singolo, famiglia, gruppo, lobby, cordata, clan, organizzazione criminale...).
Mi ripetevo tutto questo nella convinzione che prima o poi la tendenza si sarebbe invertita. Che concreti segnali di discontinuità si sarebbero avuti anche sul versante della giustizia penale e del controllo di legalità. Ed è per questo che oggi fatico ad orientarmi. Perché le differenze fra le opzioni culturali (e quindi le prospettive di cambiamento) sembrano affievolirsi, nel momento in cui è tutto un rincorrersi, un appiattirsi gli uni sugli altri sui temi della sicurezza, facendo a gara a chi più riesce a ridurli a problemi esclusivamente di ordine pubblico, senza più spazio (o quasi) per i diritti sociali e le garanzie, che della sicurezza finiscono per diventare ostaggi.
Paure e insicurezze crescono, fra i cittadini. Spesso, purtroppo, per cause obiettivamente fondate. Ma ancor più spesso per una percezione soggettiva esasperata di problemi che sono enfatizzati da pulsioni populistiche. Sarebbe opportuno cercare di arginare paure ed insicurezze. È invece pericoloso farvi da sponda, senza prendere le distanze dalle generalizzazioni catastrofico-apocalittiche che vanno diffondendosi. In questo modo si innesca un corto circuito: paure ed insicurezze, invece di porsi come mali da ridurre, si trasformano in parametri cui improntare le scelte di governo. Con la conseguenza che gran parte della politica (senza troppe distinzioni, ormai, fra i diversi schieramenti) sembra soffrire di una sorta di autismo: sembra cioè assorbita completamente dalla preoccupazione di compiacere senza riserve un’opinione pubblica sempre più inviperita, col rischio di perdere di vista la realtà effettiva dei problemi e quindi le soluzioni più opportune.
L’esempio dei lavavetri è emblematico. Quel che importa è farli sparire dalla vista, espellendoli dal centro delle città verso le periferie o addirittura spedendoli in carcere. Come se non fosse una mera illusione (oltre tutto assolutamente impraticabile, stante la materiale impossibilità degli apparati di reggere un carico simile) pensare di risolvere i problemi sociali con le manette.
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

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