A fine settembre l’Antitrust autorizzerà l’incorporazione di Capitalia in Unicredito, che potrà così diventare la prima banca italiana per capitalizzazione di Borsa, grado di internazionalizzazione e profitti, ma fin d’ora possiamo misurare la strada fatta dall’ex banca dell’Iri da quando, il 29 aprile 1997, Alessandro Profumo ne divenne l’amministratore delegato puntando tutto sulla creazione di valore per i soci in alternativa al capitalismo temperato di Intesa Sanpaolo. Dalla primavera del 1997 a oggi, il titolo del Credito Italiano, progenitore di Unicredito, si è rivalutato di 5 volte. Il valore di Borsa del gruppo, dando per acquisita Capitalia, è aumentato di quasi 14 volte e ora si avvicina agli 84 miliardi di euro. Nello stesso periodo, il titolo Ambroveneto, ora Intesa Sanpaolo, si è apprezzato di 6 volte e il gruppo è diventato, quanto a capitalizzazione, 64 volte più grande con un valore di 70 miliardi. Questi numeri scontano l’anticipata rivalutazione del Credit rispetto all’Ambroveneto grazie agli effetti dell’integrazione del florido Romagnolo scalato da Lucio Rondelli, il Pigmalione di Profumo. Resta il fatto che, all’inizio della corsa, l’Ambroveneto era nettamente più piccolo del suo futuro rivale. Sia pur meno di quanto dicono i paragoni puntuali, sempre un pò arbitrari, Intesa ha avuto una maggiore spinta espansiva. Ma è a Unicredito che va riconosciuta una più stabile capacità di generare reddito. Nel 1997, il Credit aveva un ritorno del 6,3% sul capitale e l’Ambroveneto ne aveva uno del 5,6. Nel 2006, prima delle ultime fusioni, Unicredito era al 16,5% e Intesa al 16,4. Nel decennio, il ritorno medio annuo di Profumo è stato del 14%, mentre quello di Bazoli rimane appena sotto il 12. Questa differenza riflette due dati: la continuità della gestione Profumo rispetto all’altalena degli amministratori delegati di Intesa, che solo con l’arrivo di Corrado Passera ha avuto un termine e la miglior qualità delle acquisizioni del Credit. Le Casse di risparmio di Torino, Verona e Treviso erano più piccole della Cariplo ma non avevano casse meridionali in pancia. La blasonata Comit procurò a Intesa sorprese assai più serie di quelle trovate da Unicredito nella tedesca Hvb. Alla stabilità del management di Unicredito ha contribuito, oltre ai risultati naturalmente, la compagine azionaria di riferimento che non ha avuto la storia tormentata di quella di Intesa. All’esito più rapidamente positivo delle acquisizioni hanno concorso la sorte - Unicredito voleva la Comit, ma la Banca d’Italia lo fermò - e le scelte di gestione: più lineari quelle di Unicredito, più complicate quelle di Intesa. Gli effetti delle filosofie - del Profumismo e del Bazolismo - sui bilanci non sono radicalmente diversi. Lo conferma anche la ripartizione del valore aggiunto: al lavoro, il cui costo pro capite è ugualmente diminuito nei due gruppi, va in entrambi i casi il 48% del valore aggiunto, mentre la quota di questo valore riservata agli azionisti risulta, nel 2006, singolarmente maggiore in Intesa (47 contro 20%) ma solo perché la banca sta restituendo il capitale in eccesso. Resta la questione di quel potere in più che le banche possono esercitare attraverso le partecipazioni in società industriali e assicurative e che ha suscitato molte polemiche. Nel 1993 si è riformata la legge bancaria per consentirle. Profumo ne diffida comunque, Bazoli e Passera le ritengono un’opportunità. E tuttavia, al momento, la maggior concentrazione di influenti pacchetti azionari, figlia della fusione con Capitalia e della storica partecipazione in Mediobanca, è in Unicredito. Ma siamo solo all’inizio di una nuova fase che potrebbe essere diversa da quella che abbiamo fin qui misurato.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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