Forte con i deboli e debole con i forti. Bisogna pensare questo, adesso, di Sergio Cofferati, che non ha esitato a cacciare qualche nomade e a perseguire, da pioniere, i lavavetri, che cita a ogni passo l'indomito Tex Willer, ma che, sotto pressioni di ben più forti soggetti, ha sospeso la delibera che prevedeva la realizzazione di una moschea? Che cosa gli ha fatto cambiare idea, almeno per ora? Le pressioni dei forti, appunto, da quelle discrete e sottovento a quelle oscene di Calderoli? Ma non lo sapeva prima, che ci sarebbero state? Oppure è vero quello che ufficialmente il sindaco dice, e cioè che la delibera è sospesa per «coinvolgere in un percorso partecipativo» i residenti della zona dove la moschea dovrebbe sorgere? Se si tratta di discutere aspetti logistici, urbanistici et similia, è ovvio che ogni scelta va discussa con i residenti e Cofferati ha sbagliato se non lo aveva già fatto prima di deliberare. La questione di fondo, però, e cioè la libertà di culto, non è negoziabile negli stessi termini.
La libertà di culto un sindaco, e uno stato, la garantiscono a tutti, con i mezzi rispettivi. Ad esempio, nel caso di un comune, con i mezzi previsti nella delibera bolognese per ora sospesa. Quanto allo stato, dovrebbe fornire la cornice generale, il quadro di sicurezza e di legittimità, che dà a tutti ogni garanzia. Garantendo, cioè, a chi chiede un luogo di culto la possibilità di averlo e a chi chiede trasparenza in quel luogo che trasparenza vi sia.
Questo è l'abc della democrazia. Per un sindaco è l'abc della gestione corrente della cosa pubblica. Forse è troppo poco - ma in realtà forse è troppo - per chi si sente, con ogni evidenza, in missione salvifica. Cofferati sembra essersi dato il compito di emancipare la sinistra italiana da quella che deve considerare una specie di prigione ideologica e culturale che la condannerebbe all'inanità di fronte al crimine e al degrado sociale. In realtà, egli è solo l'importatore nella sinistra (o quel che tale era) di vecchi e fallimentari modelli securitari elaborati a destra. Il bisogno, reale, di ridefinire in questi tempi cangianti e inquieti le politiche della sicurezza, non ha niente a che fare con quei modelli né con la caccia ai lavavetri, ai writers e con la ghettizzazione delle pratiche religiose diverse o la loro umiliante subordinazione alle compatibilità politiche.
La convivenza e la sicurezza comuni non hanno nulla da guadagnare da questi logori e biechi modelli che la destra può agevolmente brandire, amplificando paure e pregiudizi, proprio perché di paure e pregiudizi campa e prospera. La sinistra, il centrosinistra, quando scimmiottano toni, argomenti e ricette della destra, alla destra non possono che aprire la strada. Riconoscere che la sicurezza è un bene comune inalienabile non significa riconoscere che la destra, con le sue risposte storiche, ha ragione. Soprattutto non significa riconoscere nell'altro qualcuno di cui diffidare comunque, come accade in questa vicenda di Bologna.
Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin è autore di diversi romanzi e saggi. Con Feltrinelli ha pubblicato, tra gli altri, Sarajevo, Maybe (1994), L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero (1992; 2007), Nemmeno il destino (1997; 2004, da cui è stato tratto il film omonimo di Daniele Gaglianone), Nebulosa del Boomerang (2004), Gorgo. In fondo alla paura (2009). Insieme a Maurizio Dianese, ha pubblicato per Feltrinelli l’inchiesta La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002) e La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli (2019). Con Marco Paolini ha scritto lo spettacolo teatrale Le avventure di Numero Primo e il romanzo omonimo (2017). Con Andrea Segre ha scritto il docufilm Il pianeta in mare (2019), in selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2019. Il suo ultimo romanzo è Cracking (2019).

 

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>