L'Afghanistan si troverà in una grave crisi ambientale, con terribili conseguenze per i suoi circa 27 milioni di abitanti, se il governo e le organizzazioni umanitarie internazionali continueranno a ignorare il degrado crescente dell'ambiente naturale del paese. E' l'allarme lanciato da alcuni esperti ed ecologi, autori di uno studio diffuso di recente dal ministero afghano per l'agricoltura e l'alimentazione.
Un allarme grave: ‟Oltre l'80% del territorio è esposto all'erosione dei suoli, la fertilità della terra sta declinando, la salinizzazione è in aumento, le falde acquifere si stanno abbassando in modo significativo, la perdita di copertura verde è estesa e l'erosione dovuta all'acqua e al vento è diffusa”, dicono gli autori del rapporto, Sustainable Land Management 2007 (‟gestione sostenibile del territorio”).
Non si può dire che il rapporto abbia fatto parlare di sé, fuori dallo stretto ambito degli operatopri umanitari (noi ne abbiamo trovato notizia su Irin news, notiziario on-line dell'ufficio dell'Onu per gli affari umanitari, in un dispaccio del 30 luglio). Eppure, è così chiaro che i conflitti armati infieriscono sugli ambienti naturali, e che questo significa spesso privare le popolazioni dell'indispensabile per vivere - terra da coltivare, acqua, foreste - finché la competizione per risorse naturali scarse e degradate diventa un elemento del conflitto stesso.
Un circolo vizioso ben esemplificato dall'Afghanistan. Abdul Rahman Hotaky, presidente dell'Organizzazione afghana per i diritti umani e la protezione ambientale (Aohrep), organizzazione non governativa, spiega che il futuro dell'ambiente del paese è grigio e questo si deve a parecchie cause: più di 25 anni di conflitto armato, continui spostamenti di popolazione, e poi la siccità prolungata degli ultimi anni insieme all'abuso di risorse naturali, la mancanza di un'autorità in grado di applicare le leggi di protezione ambientale, la mancanza di adeguate politiche ambientali. ‟Negli ultimi decenni, abbiamo perso oltre il 70% delle nostre foreste in tutto il paese”, ha detto Hotaki a Irin. E la deforestazione, aggiunge, ha molte implicazioni sociali, ambientali ed economiche per milioni di afghani. Una delle implicazioni più immediate e visibili è la crescente vulnerabilità del paese a vari disastri naturali. ‟Di recente abbiamo visto un numero crescente di inondazioni, valanghe e frane e questo è una conseguenza della deforestazione”, dice Hazrat Hussain Khaurin, direttore del dipartimento per le foreste presso il ministero dell'agricoltura di Kabul (citiamo sempre dal dispaccio di Irin news). Le statistiche sono sempre incerte in Afghanistan, vista la difficoltà di raccogliere dati aggiornati: i dati più accreditati però dicono che fino ai primi anni '80 circa 19mila chilometri quadrati di territorio afghano (su un tutale di 652mila kmq) erano coperti di foreste, che davano una fonte di reddito sostenibile al governo e ai cittadini. Dopo tanti anni di guerra di quelle foreste è rimasto molto poco.
Il rapporto citato da Irin fa notare inoltre che l'agricoltura e l'allevamento sono la base dell'economia afghana: ma almeno metà delle terre arabili non sono state coltivate negli ultimi vent'anni a causa di vari fattori naturali (siccità o altro) e umani (i combattimenti, o la fuga di intere comunità). Anche per questo, le terre desertiche si stanno rapidamente espandendo nelle regioni meridionali, orientali e settentrionali del paese. ‟Migliaia di ettari di terre agricole sono stati coperti dalle sabbie in almeno sette province meridionali e sud-orientali”, dice Khaurin. Cespugli e altre piante che una volta creavano barriere naturali alla sabbia o alle alluvioni sono state usate come legna da ardere. Molti sono tornati alle loro terre dopo la caduta dei Taleban, ma le hanno trovare aride e improduttive. ‟La desertificazione ha esacerbato la povertà così diffusa nell'Afghanistan rurale”, dice Hotaky, della Ong per i diritti umani e l'ambiente. Il fatto è che la crisi ambientale, l'agricoltura o la povertà non sono nelle priorità di governo...
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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