Tendiamo a sottovalutare il rischio rappresentato dai ‟pesticidi”, nome generico per i numerosi prodotti chimici insetticidi (agricoli e non), funghicidi, e così via (l'eufemismo più in voga è fitofarmaci). Eppure si tratta di rischio a lungo termine, e riguarda non solo chi manipola direttamente questi prodotti (i lavoratori agricoli ad esempio).
In un recente studio condotto su 60 bambini tra 1 e 6 anni, figli di lavoratori agricoli nella Carolina del Nord, negli Usa, è risultato che quasi il 90 per cento aveva tracce di pesticidi nelle urine. Lo studio è riportato dalla rivista Environmental Health Perspective (www.ehponline.org), ed è stato condotto da un gruppo di medici e epidemiologi che hanno anche intervistato le madri - in spagnolo, perché si tratta di lavoratori latinos - e osservato le condizioni residenziali e ambientali in cui vivono i bambini. La conclusione è semplice: i ricercatori hanno cercato 14 metaboliti dei pesticidi più comunemente usati e nei campioni di urine di quei bambini ne hanno trovati 13.
In media, ogni bambino aveva quattro diversi pesticidi nella pipì: segno, dicono i ricercatori, che i figli di lavoratori agricoli sono sottoposti a molteplici fonti di esposizione ai pesticidi, e che queste sostanze restano nell'ambiente (in cui i bambini vivono) per lunghi periodi. I bambini con ogni probabilità sono esposti ai pesticidi perché abitano vicino ai campi in cui lavorano i loro genitori, perché ci vanno e ci passano del tempo - magari ci giocano accanto - o perché le sostanze manipolate restano sugli abiti dei genitori. Ovviamente anche gli adulti sono esposti al rischio, ma ancor più i bambini per la loro età e per l'organismo ancora in fase di rapido sviluppo: ‟L'effetto di sostanze tossiche sul loro sistema neurologico può essere devastante”, fa notare Danielle Nieremberg, ricercatrice del Worldwatch Institute di Washington (dal cui sito riprendiamo la notizia di questo studio). La ricerca condotta in Carolina del Nord è limitata a una comunità di braccianti ispanici, ma il risultato è senza equivoci e dovrebbe allarmare: i ricercatori affermano che per evitare una tale esposizione dei bambini ai pesticidi sono necessarie diverse misure per modificare le condizioni ambientali in cui i piccoli vivono, e misure di protezione per i loro genitori. Aggiungono che sarebbero necessarie ulteriori ricerche per misurare in modo più preciso l'esposizione di lavoratori e loro figli, e gli effetti sulla salute dell'esposizione contemporanea a multiple sostanze.
Del resto, anche i bambini di ambienti urbani sono spesso esposti a sostanze chimiche nocive - di uso domestico invece che agricolo, ma non meno tossiche e forse perfino meno controllate. L'articolo del Worldwatch Institute cita altri studi sui pesticidi metabolizzati dall'organismo di bambini, anche in questo caso scelti tra i figli di lavoratori latinos, in quartieri urbani poveri. Cita poi lo studio pubblicato nel 2006 dalla rivista Pediatrics, che faceva notare come le donne incinte di New York sono comunemente esposte ad alcuni insetticidi usati nelle case contro gli scarafaggi: lo studio rivelava che i bambini con alti livelli di esposizione prenatale al clorpyrifos (ormai vietato negli Usa nelle zone residenziali) mostrano ritardi nello sviluppo motorio e mentale.
Il consumo mondiale di pesticidi è aumentato in modo esponenziale negli ultimi quarant'anni: secondo la stima ripresa dal Worldwatch, nel 1961 si usavano in media 0,49 chili di ‟fitofarmaci” per ettaro coltivato, nel 2004 se ne usano circa 2 chili. Per l'industria chimica mondiale è un affare colossale, ma al costo di un rischio enorme per la salute umana: non solo di chi lavora i pesticidi o di chi li usa, ma anche dei loro figli. E di chi li mangia o li beve. Insomma: i bambini latinos della Carolina del Nord sono un altro argomento a favore di un'agricoltura con meno pesticidi.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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