Da tempo i servizi di intelligence italiani avevano previsto un peggioramento della situazione in Afghanistan e, paradossalmente, sono stati proprio due loro funzionari a farne le spese - speriamo che se la cavino entrambi - oltre ai nove afghani morti nel blitz, non si esattamente se fossero solo i rapitori. E poi, ieri sono stati uccisi altri due soldati spagnoli.
Una conferma dunque del peggiorameno della situazione con una accelerazione dell'irachizzazione dell'Afghanistan, che non può essere ignorata dal nostro governo e che riporta all'ordine del giorno la questione del ritiro delle truppe. La guerra in Afghanistan si sta allargando a zone che stanno al di fuori delle roccaforti meridionali dei taleban e investe, da tempo, direttamente le zone dove sono impegnati gli italiani. Che lo vogliano o no anche i nostri soldati saranno sempre più impegnati in operazioni di guerra, il blitz di ieri lo è stato.
I taleban, forti del recente negoziato diretto con il governo koreano per la liberazione dei ventun ostaggi in cambio del ritiro delle truppe - solo 200 uomini - di Seul, ora possono dichiararsi disponibili al negoziato con il sempre più debole presidente Hamid Karzai. Quello dei taleban è un segno di forza o di debolezza? Diverse le interpretazioni, mentre è sempre più evidente che la soluzione non potrà essere militare, quindi occorre trattare con i taleban e non solo. Ma i taleban, o alcuni in loro nome, per trattare pongono condizioni: «il ritiro di tutte le truppe straniere, che trattano gli afghani come schiavi e l'applicazione rigida della sharia», ha detto un comandante di Kajaki nella provincia di Helmand. «Finché ci saranno atteggiamenti anti-islamici, non parleremo con il governo - anche se le truppe se ne andranno», sostiene. Questa è la posizione di tutti i taleban oppure si è creata una frattura tra quelli che sono disposti a trattare e i seguaci di al Qaeda e di mullah Omar contrari a scendere a patti con il governo? Una parte di taleban pare si senta troppo stretta nella morsa di al Qaeda e cercherebbe la strada per sganciarsi.
Com'era successo due anni fa, quando Karzai aveva sdoganato una parte di taleban «buoni» presentandoli alle elezioni ora è disposto a fare la stessa operazione per bilanciare il troppo potere dei mujahidin del nord nel governo? Se così fosse e se l'operazione riuscisse servirebbe solo a rendere ancora più debole Karzai e più instabile il paese. C'è chi sostiene che l'instabilità dell'Afghanistan sia il vero obiettivo degli Stati uniti e dei servizi segreti (Isi) pakistani.
A maggior ragione, se così fosse, che cosa ci restano a fare le truppe italiane? C'è chi, anche in Italia, parla della necessità di un negoziato con i tabeban, ma le condizioni non le possono porre loro alla comunità internazionale. Non si parla più della Conferenza internazionale che avrebbe potuto essere la via per lo sganciamento militare dall'Afghanistan in cambio di un intervento politico e di ricostruzione. In questo contesto una trattativa avrebbe avuto un senso, ma le condizioni per la partecipazione avrebbero dovuto essere valide per tutti, a partire dal disarmo - di tutte le forze in campo, compresi gli eserciti stranieri - e dal rispetto delle regole democratiche.
Una conferenza internazionale che avrebbe dovuto recepire non solo le richieste dei signori della guerra disposti al disarmo ma anche, e soprattutto, quelle della società civile, che in Afghanistan si sta ricostruendo attraverso le organizzazioni non governative. Solo attraverso un processo che veda coinvolte le forze afghane e i governi dei paesi vicini, oltre alla comunità internazionale, si può pensare di dare un contributo alla soluzione dei poblemi dell'Afghanistan. Non si può restare in Afghanistan per combattere una guerra che diciamo di non volere o per favorire il ritorno al potere di tagliagole che vogliono rimandare le donne a casa. Le truppe italiane devono ritirarsi dall'Afghanistan ma non lasciando terra bruciata come era già successo anni fa in Somalia e di cui i somali pagano ancora oggi le conseguenze, ma avviando un processo di pacificazione.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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