Via dal video, tutti e subito. Mi riferisco alla folla di volti e di voci della politica che sono presenti dovunque a tutte le ore. Proverò a dimostrare perché questo può essere il primo, vigoroso taglio al costo della politica. Non è soltanto un simbolo. Ecco le ragioni.
Aula del Senato italiano, giorno 27 settembre, ore 9,30. Il senatore Marconi (Udc) chiede di parlare ‟sull’ordine dei lavori”, espediente per rallentare il lavoro, già lentissimo della ‟Camera alta”. Il senatore si dedica a una dettagliata recensione del programma Porta a Porta della sera prima, analizza i difetti vistosi, dal punto di vista dell’oratore, di quella serata televisiva e dedica un giudizio particolarmente severo alla performance di Antonio Di Pietro, che è personalità televisiva e non solo ministro della Repubblica, o così appare nel discorso di critica televisiva. Senato italiano, 27 settembre, ore 9,50. Chiede di parlare il senatore Calderoli. Poiché il tema della mattina sono i conti dello Stato e poiché il sen. Calderoli, quando non è un leghista sarcastico e crudele, è un estroso inventore di espedienti per confondere i dibattiti in aula, tutti prestano la dovuta attenzione.
Anche il senatore Calderoli, però, dedica il suo intervento a una vicenda televisiva. Oggetto della sua critica, ben organizzata e serrata, non è Porta a Porta con Vespa, ma Ballarò, con Giovanni Floris, ospite d’onore Clemente Mastella. Anche il giudizio di Calderoli sul programma esaminato è drastico e negativo come i più fermi corsivi di Aldo Grasso. Il giudizio riguarda il trattamento piuttosto insolito che è stato dedicato al ministro della Giustizia, circondato da una folla ostile nel mezzo di uno studio televisivo, più gogna che dibattito. Molti in aula concordano. Il problema è: c’è, e se c’è, dove passa il confine fra televisione e politica, fra ministro (certamente trattato male) e personalità televisiva, che affronta gli stessi rischi dei partecipanti all’Isola dei famosi?
Mi sembra di vedere una grande confusione in cui non si capisce se la cattiva politica genera cattiva televisione o il contrario.
Ese persino la politica non cattiva, quando diventa show gladiatorio, a disposizione degli umori del pubblico, non diventi spettacolo indecoroso.
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I lettori sanno che da anni provo e riprovo a lanciare lo stesso messaggio: non andare a Porta a Porta, il talk show politico in cui un conduttore abile conduce il suo non disinteressato programma dove vuole e, nonostante la sensazione di appagamento (quasi due ore in video, quasi ogni sera) dei suoi ospiti, li conduce alla brutta figura. Avevo torto e avevo ragione. Avevo torto nell’affermare che tutti i mali della comunicazione erano accatastati a Porta a Porta. Forse è stato vero sotto Berlusconi. Ma è diventato chiaro, in quest’ultima stagione difficile e infelice della vita politica italiana, che nessuno show è migliore di un altro. E dopo il caso Mastella diventa difficile avere preferenze. Ma avevo ragione quando insistevo nel dire: guardate che in nessun Paese democratico l’impegno principale è di andare ogni sera (ogni sera) in televisione. Ci sarà un motivo se altrove, dalla Spagna agli Stati Uniti, non avviene. E infatti quando è stato sollevato il problema della casta - problema che non è in esclusiva italiano - i destinatari erano tutti in scena, tutti noti, tutti costantemente presenti nella retina oculare e nel retro pensiero degli italiani, dopo anni di ininterrotta "performance" televisiva di un cast che si fa presto a identificare come casta. Accanto al libro di Stella e Rizzo che si moltiplicava nelle librerie, in televisione c’era, e c’è, un presepio vivente di voci e volti impressi, ormai, nel vissuto italiano. Ce n’è abbastanza per far divampare, da una legittima denuncia, un immenso incendio che non accenna a spegnersi. E quando fa irruzione in tv il faccione di Grillo, lo schermo è già stabilmente affollato di volti fissi, come le figure da abbattere nel tiro a segno di un luna park. Non resta che indicare le sagome da colpire.
Ho detto e ripeto: questo affollamento visivo continuo di politici in televisione è un grave fenomeno esclusivamente italiano. Infatti, oltre ai reality show politici che vediamo sul piccolo schermo quasi ogni sera (a cui si aggiungono le apparizione festose degli stessi politici in programmi, diciamo così, di divertimento o "leggeri") c’è l’esibizione continua delle stesse teste parlanti, che compaiono implacabili in ogni telegiornale allo scopo di dire, una dopo l’altra, frasi incomprensibili. Ancora più incomprensibili se dette - in sovrapposizione alle immagini - dalla voce disinteressata dello speaker, che con giusto distacco, pronuncia schegge di un parlato senza riferimenti e senza senso. Anche questo è un fenomeno unicamente italiano, così dannoso da essere visto ragionevolmente da molti come il luogo di nascita dell’antipolitica.
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Se dunque l’antipolitica, nel suo ceppo più pericoloso e aggressivo e virulento nasce dal fiume incontenibile del cast/casta della politica in televisione, sembra naturale affermare che arginando, anzi bloccando questo fiume si compie un gesto importante che non è un puro simbolo. Al contrario si elimina un potente irritante. Non si può certo dire che la televisione generi il problema. Di certo lo ricorda, lo evoca, lo ripete, lo ostenta, e non è una cosa da poco. Più che una esibizione è una provocazione. Figuriamoci una provocazione che si ripete ogni giorno e ogni sera, sempre con gli stessi partecipanti uniti dal legame ambiguo di contrapposizione e colleganza, di somiglianza, di reclamo di inconciliabile diversità ma anche di intesa bonaria, di convivenza, distruzione, scontro finale.
Mi sento di dire questo. Nessuna delle trasformazioni, cambiamenti o riforme della politica, del suo ingombro, del suo costo, può essere fatto in tempo reale, come sembrano esigere le nuove voci dell’antipolitica. Ciò è comprensibile. Le grandi ondate di protesta giungono fatalmente in momenti di estrema esasperazione in cui non è ragionevole aspettarsi pazienza, meno che mai la pazienza di accettare lunghi intervalli di promesse e di attesa. Lo prova il fatto che gli esperti autori della Casta Stella e Rizzo hanno denunciato sul loro giornale che "i costi della politica non scendono", (Corriere della Sera 25 settembre) e lo hanno fatto meno di tre mesi dopo la pubblicazione del loro libro-denuncia. Certo gli autori sanno che la dimensione o incisività di eventuali tagli immediati appariranno fatalmente piccoli, inadeguati, ridicoli, perché nessuno potrebbe realizzare istantaneamente un taglio drastico e visibile nella casa della politica senza fare amputazioni improvvisate o puri annunci. Ma sopratutto manca un criterio guida, come invece avviene nelle aziende, in cui si conoscono prodotti, costi, missione.
La politica e i suoi costi si espandono in un modo che mima la natura. Si espandono al modo di una foresta di rampicanti e di piante voraci. Occorrerà un lavoro autorevole profondo e molto esteso per ricondurla a un disegno sensato in cui i costi non siano privilegi, i tagli non siano mutilazioni di funzioni necessarie e le riduzioni abbiano senso oltre lo scopo, ovviamente prevalente, del risparmio.
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Eppure qualcosa di ben visibile e certamente utile può essere fatto subito con conseguenze mediatiche (dunque di percezione) molto forti. E conseguenze che avranno altre conseguenze, prima fra tutti il mutamento del modo di comportarsi in pubblico e dunque di fare politica. È la scomparsa istantanea e completa del protagonismo mediatico dei politici. So che nessuno accetterà, ma è un peccato. Il ritiro immediato, generale e spontaneo verrebbe visto come un atto di austerità che anticipa le restrizioni e rinunce ancora non fatte e diventa simbolo forte e vistoso di quella operazione di rientro nei limiti che non è facile né rapido persino se ci fossero buone intenzioni.
Se è vero che l’esibizione continua di un cast fisso di politici in televisione, dai talk show ai telegiornali, è una delle grandi cause dell’antipolitica perché si trasforma in una overdose di parole, dunque di annunci, fatalmente sconnessi dai fatti, è per forza anche vero l’effetto immediato - sorprendente e benefico - di un black out auto-imposto.
Non si tratta di un ritiro ma di una rinuncia per lasciare spazio al giornalismo e alla responsabilità giornalistica di interpretare e rappresentare, sfidando le televisioni pubbliche italiane, privandole del volontariato politico, a ritrovare il senso di buona conduzione professionale che altri colleghi del mondo democratico non hanno mai perduto.
Entrino in campo i professionisti dell’informazione e si elimini l’occupazione politica degli spazi-notizia, che al momento - e ogni sera, e in ogni telegiornale - sono autogestiti dagli interessati, cioè dagli stessi politici. Finisca il gioco del protagonismo fisso che genera più sentimenti antipolitici delle auto blu e degli aerei di Stato con figli e amici, perché ingombra lo spazio dei cittadini e stimola gogna e vendetta.
Non si tratta di chiedere ai politici di scomparire. Si tratta di lasciar cadere ciò che ormai appare - molto più del barbiere di Montecitorio - il più arrogante dei privilegi, quello di occupare quasi tutti gli spazi dell’ informazione. Occorrerà rinegoziare la presenza dei politici nei media in modo molto più austero e deliberatamente autolimitato, restituendo il resto dello spazio all’opinione pubblica e agli interpreti professionali dell’opinione pubblica.
Questo dunque è l’appello, forse l’ultimo appello prima che l’ondata sia troppo forte. Via dal video per iniziare un’epoca profondamente diversa, civile, rispettosa, ansiosa di comunicare ai cittadini, fine dell’invasione del loro tempo. Ma c’è anche un vantaggio molto importante per i protagonisti della politica: la fine della complicità con i conduttori Tv, che usano i politici come animali da circo. Porterà subito un po’ più di rispetto al difficile lavoro della politica.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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