La marcia Perugia-Assisi ha sempre saputo coniugare obiettivi del movimento per la pace con una rappresentanza istituzionale locale e anche partitica, a seconda delle occasioni. Quest'anno da marcia contro la guerra si trasforma in marcia per i diritti di tutti per tutti. Se capiamo la necessità di diventare una manifestazione in positivo e non sempre contro, tuttavia l'obiettivo dovrebbe essere un po' più definito per indurre a una mobilitazione di piazza. Non si tratta infatti di un convegno dove ognuno può portare i propri contenuti, ricordare le varie guerre dimenticate, i diritti calpestati degli oppressi, le violazioni dei diritti umani. Non è solo questo. Se è giusto pretendere dai governanti un ascolto delle richieste della società civile, mi sembra un po' velleitaria l'insistenza sulle istituzioni a scapito della base.
Gli ultimi avvenimenti mettono in evidenza le contraddizioni di un governo che si dice contrario alla guerra e poi vi si trova coinvolto in pieno, e un movimento contrario alla guerra che pretende rassicurazioni dal governo. La marcia dovrebbe far pesare la pressione dell'opinione pubblica su un governo che dice di volere la pace e fa la guerra. I problemi più gravi che si pongono oggi sono l'Afghanistan e la base di Vicenza. Il ritiro da uno scenario di guerra e lo stop alle servitù militari dovrebbero essere parole d'ordine di un movimento per la pace, ma anche di una manifestazione che dice di voler premere sul governo perché mantenga i suoi impegni elettorali: la manifestazione del 20 ottobre.
Invece questi spezzoni che dovrebbero essere componenti di una spessa sensibilità diffusa nel paese sembrano non incontrarsi, disperdendo le proprie forze con il rischio che la marcia Perugia Assisi perda la sua valenza storica risultando troppo istituzionale - al di là della volontà degli organizzatori. Così come la manifestazione del 20 ottobre potrebbe essere letta - al di là delle intenzioni dei protagonisti - solo contro il governo, invece che un'azione per la realizzazione del programma elettorale. Partendo dalla politica estera, con questo governo l'Italia ha ritrovato un proprio protagonismo internazionale, a volte positivo altre assolutamente negativo. Se dobbiamo chiedere un passo indietro in Afghanistan e a Vicenza, dobbiamo invece spronare il governo ad essere più conseguente sulle posizioni avanzate sulla Palestina, altrimenti anche quelle cadranno nel vuoto. E poi c'è l'Iran, su cui si devono bloccare le nuove velleità belliciste della Francia riavvicinatasi a Bush. E per quanto riguarda i diritti c'è solo l'imbarazzo della scelta: da quelli del popolo palestinese, già citati, a quelli degli iracheni, abbandonati nella fuga dal loro paese, per arrivare all'Africa e all'Asia, passando per l'America latina. D'altro canto chi si occupa di welfare, di diritti dei lavoratori, di spese sociali sembra essersi dimenticato del contesto internazionale. Basterebbe pensare alle spese militari - sempre in aumento - per creare un legame con le insufficienti spese sociali, e per collegare direttamente anziché allontanare la Perugia-Assisi da Roma.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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