Non deve aver neppure visto le strade di Rangoon, il signor Ibrahim Gambari. Appena atterrato nella capitale birmana, l'inviato speciale del segretario dell'Onu è stato trasferito in aereo a Nay Pyi Daw, la nuovissima città governativa costruita dai generali 380 chilometri più a nord, isolata da ogni centro abitato.
Alla partenza da Singapore, ieri mattina, l'ex ministro degli esteri nigeriano aveva dichiarato di andare a Rangoon ‟per portare un messaggio del segretario generale alla leadership birmana, un messaggio che viene dal Consiglio di sicurezza”. Ha rifiutato di dire se chiederà di incontrare la leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi (‟Incontrerò chi è necessario incontrare”). Le foto ritraggono Gambari all'arrivo a Rangoon con la faccia sorridente. Non ha rilasciato dichiarazioni, e per ora non si sa altro della sua missione - da cui però tutti dicono che dipende la possibilità di fermare la repressione in Birmania.
Non è chiaro cosa potrà ottenere l'inviato dell'Onu. E' chiaro però che ieri i militari birmani avevano saldamente il controllo di Rangoon, anche se sporadiche manifestazioni sono state avvenute in diverse zone della città, secondo quanto riferiscono i notiziari di The Irrawaddy e di Mizzima news, e il corrispondente della tv araba Al Jazeera che continua a riferire dall'interno.
Nelle strade di Rangoon la presenza militare è ormai imponente. Sembra che il ‟comando” (o comunque, la forza più rilevante) sia posizionato alla pagoda Sule, che nelle ultime due settimane era stata il punto di partenza delle manifestazioni guidate dai monaci: ora e sgomberata dalle tuniche rosse e off limits ai civili.

‟La pace è stata restaurata”
Veicoli militari e barricate di filo spinato presidiano alle principali fermate dei bus, nei maggiori mercati, nei punti nevralgici delle proteste dei giorni scorsi. Nonostante questo, per tutto il giorno sono stati segnalati assembramenti e manifestazioni: piccole folle, anche solo un centinaio di persone, che lanciano slogan e insulti ai soldati poi alla prima carica si disperdono e fuggono, per poi raccogliersi altrove. Sono stati usati lacrimogeni e bastoni, non c'è notizia di spari. Chi non riesce a fuggire è picchiato e arrestato.
Le autorità dicono di aver agito con ‟moderazione”, e il giornale governativo ieri titolava ‟La pace e la stabilità sono state restaurate”. I media ufficiali non hanno mai ammesso più di nove morti nelle cariche di giovedì contro i manifestanti, ma ormai molte testimonianze (tra cui quella di diplomatici stranieri) dicono che sono probabilmente decine; fonti dell'opposizione parlano di 200 morti, e parecchie centinaia di feriti.
Secondo l'Associazione di assistenza ai prigionieri politici, che ha sede al confine birmano-thailandese, almeno mille monaci sono stati arrestati dal 17 settembre; sembra che siano per lo più detenuti nella tristemente famora prigione di Insein e nel complesso del Government Technology Institute, a Rangoon. Familiari di arrestati hanno fatto appello al Comitato internazionale per la Croce Rossa (Cicr) perché chieda accesso ai detenuti.
Notizie di proteste sono giunte ieri anche da altre città. La manifestazione più numerosa della giornata è stata segnalata a Kyaukpadaung (distretto di Mandalay), dove nel pomeriggio un migliaio di monaci si è messo alla testa di una marcia di 30mila persone, ha riferito un monaco. A Sittwe, stato di Arakan in Birmania occidentale, una cinquantina di monaci e 5.000 civili hanno manifestato. Una trentina di monaci detenuti a Bamaw ha cominciato uno sciopero della fame.
Si apprende intanto che domenica scorsa, quando le manifestazioni di massa avevano invaso Rangoon, il ministro indiano per il petrolio, Murli deora, era a Rangoon per firmare un importante contratto di esplorazione di giacimenti di petrolio e gas con l'ente petrolifero di stato e il governo. Avrà colto l'occasione per chiedere moderazione verso le proteste popolari? Non ce n'è notizia.
Dal confine birmano-thailandese a Mae Sot intanto fonti della Lega nazionale per la democrazia, la forza di opposizione guidata da Aung San Suu Kyi, dicono che una divisione dell'esercito birmano si è rifiutata di sparare sui monaci. Lo dice Aung So, esponente del governo birmano in esilio, a PeaceReporter: il generale della divisione 33, Aung Thyat, dispiegata a Mandalay, ha dato disposizione ai suoi circa diecimila uomini di non sparare sui monaci buddhisti”. Al Jazeera ha raccolto e filmato, sempre sulla frontiera di Mae Sot, testimonianze di giovani soldati disertori fuggiti negli ultimi mesi.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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