Da almeno quarant'anni la Birmania si sottrae agli occhi del mondo, come una casa sprangata e nascosta dietro un muro troppo alto per guardare dentro. Da quando hanno preso il potere nel 1962 con un colpo di stato, i militari hanno costruito una cortina di buio. La Birmania è diventata un paese isolato dal mondo, informazione censurata, internet filtrata, contatti con l'esterno minimi. Ma nessuna censura riesce mai a essere totale. Ieri le immagini dei militari che infieriscono sui giovani monaci di Yangoon hanno fatto il giro del mondo. Abbiamo visto il fumo e gli spari, i manganelli che si abbattono sui giovani avvolti nelle tuniche, i volti insanguinati degli studenti. La cortina di buio è crollata. Le proteste di queste settimane in Birmania sono la prima rivolta di massa contro il regime militare dal 1988, quando le proteste studentesche furono spente con un massacro. Non arrivate inaspettate, almeno per chi conosce un po' il paese. Dopo il massacro del 1988, e le elezioni annullate del 1990, l'opposizione birmana è costretta all'esilio o al lavoro sotterraneo: ma non è scomparsa. La politica è ovunque fatta di simboli e il volto sorridente di Aung San Suu Kyi, leader della Lega per la Democrazia, è un potente simbolo anche se costretta agli arresti e al silenzio. Non solo: una nuova generazione di studenti oggi si richiama a quelli che si erano ribellati vent'anni fa, e in questi giorni è scesa nelle strade. Poi ci sono i monaci, da sempre parte rispettata e importante della società birmana - e tanto più in un paese governato dalla censura, dove il monastero è anche scuola e luogo di confronto. Ora i monaci buddisti esercitano il loro «ruolo morale» sfilando nelle strade, facendosi microfono di un'intera popolazione, chiedendo democrazia e dialogo. Hanno calibrato bene i loro gesti: nei loro cortei hanno toccato prima la residenza di Aung San Suu Kyi, simbolo di unità, poi l'ambasciata cinese, perché il sostegno di Pechino è indispensabile alla giunta militare. Finora il mondo è rimasto indifferente a quanto succede in Birmania, nascondendosi dietro l'ipocrita formula del «dialogo costruttivo» (è il caso del'Italia). È stato necessario vedere il sangue nelle vie di Yangoon perché le potenze mondiali uscissero dall'apatia. Ora risuonano parole indignate, si riunisce il Consiglio di sicurezza dell'Onu, si parla di condanne. Bene: bisogna che la Cina usi la sua influenza sulla giunta militare birmana. Servono sanzioni vere, non simboliche come quelle sui visti preanunciate dal presidente degli Stati uniti George W. Bush. La forza del governo militare di Yangoon sta nell'aver rastrellato negli ultimi vent'anni grandi investimenti stranieri: il più importante è quello di Total-Fina e Unocal, che hanno messo due miliardi di dollari nello sfruttamento del gas naturale chiudendo gli occhi alla repressione e al lavoro forzato imposti dal governo militare attorno al loro gasdotto. Il «dialogo costruttivo» non regge più. Gli studenti e i monaci di Yangoon si aspettano che il mondo li sostenga.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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