Per il secondo giorno consecutivo, la capitale birmana Rangoon ieri è stata teatro di scene di guerra. I militari birmani hanno aperto il fuoco sui dimostranti nella capitale e, pare, in altre città della Birmania, in una escalation di repressione che però, almeno finora, non è riuscita a mettere fine alla protesta cresciuta nelle ultime settimane. Per la prima volta però la tv di stato ha dato notizia dei ‟disordini” e ha fornito un bilancio: 9 morti. Non è chiaro se sia incluso il fotografo giapponese ucciso dai militari mentre riprendeva le dimostrazioni. Episodio che dice quanto stiano rischiando coloro che continuano a far uscire dalla Birmania notizie e immagini.
Ieri è stata anche la giornata di una discreta diplomazia: per la prima volta la Cina ha rotto la sua linea della ‟non interferenza” negli affari interni del paese vicino e alleato, e ha fatto appello al governo di Rangoon a esercitare ‟moderazione” verso i manifestanti. Il segretario generale dell'Onu inoltre ha inviato un suo rappresentante nella regione, Ibrahim Gambari, nella speranza che i generali birmani gli permettano di raggiungere Rangoon. Mentre il presidente degli Stati uniti George W. Bush ha ricevuto a Washington il ministro degli esteri cinese, a cui ha chiesti che la Cina usi la sua influenza nella regione per favorire una ‟pacifica transizione alla democrazia” in Birmania.
I raid nella notte
A Rangoon la giornata è cominciata prima dell'alba. Era ancora buio quando l'esercito ha compiuto una serie di raid in diversi monasteri buddhisti (almeno tre, secondo quanto riferisce online The Irrawaddy, giornale di fuoriusciti birmani). I monaci sono stati circondati e attaccati, sembra che un monaco sia stato ucciso di botte. In un monastero i pavimenti e i muri erano impiastricciati di sangue, riferiscono testimoni citati dal giornale birmano. Centinaia di monaci sono stati arrestati, circa 700 secondo The Irrawaddy. L'arresto di massa non ha impedito che in mattinata il centro di Rangoon tornasse a riempirsi, anche se forse i manifestanti erano meno del giorno prima (così suggerisce la Reuter).
Certo è che decine di migliaia di persone sono tornate, nonostante tutto, a radunarsi davanti alla pagoda Sule (The Irrawaddy parla di 70mila manifestanti). L'azione dei militari è stata altrettanto violenta del giorno prima. Attraverso megafoni, i militari hanno dato alla folla 10 minuti di tempo per sciogliersi, o ‟far fronte a un'azione estrema”. Poi circa 200 soldati si sono avvicinati ai dimostranti battendo i bastoni di legno contro gli scudi di rattan e ‟facendo un rumore terrificante” riferisce l'agenzie Reuter citando testimoni sul luogo. I manifestanti non sono fuggiti subito: pare anzi che un migliaio di giovani abbiano lanciato pietre contro i soldati. E' allora che i sondati hanno caricato la folla, con i bastoni e con i fucili (in quella carica il fotografo giapponese è stato freddato, come testimoniano delle foto che hanno fatto il giro del mondo).
La giornata però è stata lunghissima, e ci affidiamo qui alla ricostruizione di The Irrawaddy. Secondo molte testimonianze i manifestanti dispersi dopo la prima carica nel centro di Rangoon si sono poi raggruppati in un'altra zona della città, il quartiere orientale di Tamwe, dove ci sono state altre dimostrazioni e altre cariche dei militari, e almeno un centinaio di arresti.
‟Sparavano a casaccio”
Proteste e cariche si sono ripetute ancora verso la fine della giornata. Scontri anche nel quartiere South Okkapa, che era stato uno dei centri di resistenza al regime durante la rivolta popolare del 1988, e dove migliaia di persone hanno assediato le forze di sicurezza che presidiavano New Kyar Yan, uno dei monasteri sgomberati nella notte. In serata, ‟blogger e messaggi e-mail riferiscono che i veicoli militari percorrevano le vie della città sparando a casaccio contro ogni pacifico assembramento, forse nel tentativo di suscitare terrore”, continua il cronaca del giornale di fuoriusciti birmani.
Sembra inoltre che nel pomeriggio i soldati abbiano fatto irrusione nel Traders Hotel, non lontano dalla pagoda Sule, forse nel tentativo di individuare giornalisti stranieri e intercettare il materiale che continua a uscire dalla Birmania, filmati o foto che mostrano al mondo la repressione scatenata contro cortei di monaci a piedi scalzi e studenti disarmati. In quelle stesse ore il governo birmano aveva convocato gli ambasciatori stranieri, nella nuova capitale in costruzione nella giungla: li ha informati che sta ‟agendo con moderazione in risposta ai provocatori” scatenati nelle strade.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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