Dove vanno i computer, dopo morti? Li ritira il produttore? Sì, dove le norme funzionano li ritira il produttore. Ma cosa ne fa? saranno riciclati, finiranno in una discarica per rifiuti ‟speciali” (cioè con potenziale tossico) o nel cumulo indistinto dei rifiuti? È raro trovare risposte precise e, diciamo la verità: non è che questa domanda abbia mai turbato il sonno di nessuno. Eppure non è problema da poco: in Europa e negli Stati uniti si butta via un computer in media dopo due anni di vita attiva. E oltre ai computer c'è un numero crescente di altri gadget elettronici. Il servizio fotografico pubblicato sull'ultimo numero di ‟Down to Earth”, quindicinale indiano, dovrebbe far pensare. Sono immagini scattate in diverse periferie urbane dell'India. Officine, se si può chiamarle così, come le vecchie officine dei rigattieri, dove vecchi computer vengono dis-assemblati per recuperare le parti utili. Non è un lavoro ad alta tecnologia, ma è ad alto rischio.
Le stime più correnti dicono che nel mondo vengono generate tra 20 e 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici ogni anno. Una discreta quantità di questa roba arriva in India per essere smaltita, insieme a qualche milione di tonnellate di rifiuti elettronici generati nella stessa India. Ecco dunque interi quartieri di piccole officine di ‟rottamazione” dove i vecchi computer vengono smontati. Le foto spiegano meglio cosa bisogna intendere per ‟officine”: ecco un operaio seduto in mezzo a una distesa di pezzi di macchinari, alle sue spalle scaffali di metallo dove computer dismessi aspettano il proprio turno per essere smontati. Un ragazzo che non avrà più di 13 anni sulla porta, monitor di computer accatastati a un lato dell'entrata, pezzetti di plastica e di circuiti per terra. Un altro ragazzo fruga in un ammasso di pezzi alla rinfusa, ne estrae parti di metallo che butta in un grande sacco. Nulla di hi-tech, appunto. Circa 25mila lavoratori sono impiegati in queste officine nella sola Delhi, dove sono smaltite tra 10mila e 20mila tonnellate di e-rifiuti ogni anno (i computer sono circa un quarto del totale). Officine per la rottamazione dei computer e compagnia sono a Meerut, Ferozabad, Chennai (già Madras), Bangalore, Mumbai (Bombay).
Smaltire un computer o altro aggeggio elettronico significa recuperare parti di un certo valore: i conduttori come oro e platino dai microchip, il rame dai fili elettrici e i circuiti interni, il piombo. ‟È un lavoro complicato”, spiega Down to Earth: ‟Le parti del computer sono separate a mano, poi immerse in bagni acidi per separarne i metalli di valore. Le ricoperture di plastica spesso vengono bruciate per riportare a nudo il rame che sta all'interno. Una volta che le parti con un valore sono state estratte, la parte inutile - ma piena di piombo, cadmio e mercurio - viene buttata in discariche”. Le foto spiegano meglio. Un mucchio di schede piatte con circuiti stampati. Una pozza di colore verdastro e arancione da cui emergono pezzi di metallo, un bambino e una mucca in un vicolo fangoso accanto a un'officina - il fango è di colori verdastri e bluastri. Per discariche poi non si intendono luoghi attrezzati a tenere materiale tossico: semplicemente luoghi abbandonati, neppure lontano dal'abitato. Quando i rottami elettronici sono buttati nella discarica ‟il piombo e il bario comincia a percolare nei rigagnoli e poi nei fiumi e corsi d'acqua. Gli acidi usati sono buttati direttamente nel vicolo accanto all'officina , e anche quelli finiscono nei rigagnoli e nei corsi d'acqua”.
‟Siamo abituati a maneggiare gli acidi”, dice (a Down to Earth) un lavoratore in un'officina di e-rottamazione a Mayapuri, Delhi. Non si rendono conto, quei lavoratori, che è roba velenosa? Certo: anche se nessuno si è preoccupato di spiegare gli effetti di acidi e metalli pesanti basta poco tempo per rendersi conto che maneggiare quella roba, bruciare la gomma, camminare in quella fanghiglia verdastra è malsano. Resta però la scelta tra veleno e povertà. È il lato sporco del mondo virtuale.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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