Mancavano pochi minuti alle nove. Il silenzio era perfetto, calma di vento e giornata radiosa. Una di quelle giornate in cui sei certo di andar per montagne con rischio zero. In ottobre niente frane, giurano i valligiani. Le rocce si ricompattano, i canaloni ricominciano a gelare e le marmotte si attrezzano al letargo. E invece è arrivato il tuono. L’hanno sentito fino San Candido in Pusteria, in Val Giralba verso Auronzo, e sul lago di Misurina sotto le Tre Cime di Lavaredo. L’eco è rimbalzata dalla Croda Rossa di Sesto alla Croda dei Toni e al Popera; tutte le Dolomiti tremavano attorno alla Fiscalina, epicentro di qualcosa che era impossibile capire. Solo allora si è visto che una nube color avorio era esplosa in fondovalle, s’era gonfiata come un cavolfiore e ora prendeva come un treno la strada del Nord verso Sesto Pusteria, lungo il torrente. Un treno di polvere accecante, come quello delle Twin Towers nel canyon della West Broadway, dopo il crollo dell’11 settembre. Cima Una, l’immenso "paracarro" che chiude il fondovalle, aveva perso uno dei suoi pilastri. C’ero passato sotto diverse volte, sulla strada del rifugio Locatelli, verso le Tre Cime. In quel punto, sotto il gruppo dei Tre Scarpèri, la Fiscalina si chiude e si riapre, costruendo un seno protetto da ogni lato, un pascolo di dolcezza materna, in cui sembra che nulla debba succedere. Ma in montagna ogni senso di sicurezza è diventato illusorio, da quando il clima è cambiato e le Alpi hanno preso a franare come colpite dalla lebbra. In quindici anni è venuto giù di tutto: la cresta dell’Hoernli sul Cervino, il ghiacciaio della Est del Rosa e del Mont Blanc de Tacul, mezzo Monte Nero sulla Presanella. Sulle Dolomiti sono crollati pezzi del Vajolett sul Catinaccio, del Pomagagnon e delle Cinque Torri sopra Cortina; è franata forcella Ciampei, e con lei lo strapiombo sopra il rifugio Tuckett nel gruppo del Brenta. E poi il Piccolo e il Grande Cir, la Cima Uomo sulla Marmolada, la Cima Dodici e la Cima di Canssles sulle Odle, regno di Reinhold Messner. Per non parlare della Est dell’Eiger, l’Orco malfamato delle Alpi Bernesi, che sta in bilico con due milioni di metri cubi di roccia. Trenta volte la Cima Una. Sono quindici anni che lo zero termico sale di quota e le montagne crollano, dove, quando e come vogliono, senza più tenere conto delle stagioni. Non c’è giorno che non venga giù qualcosa. Assistiamo a un evento di portata biblica: la febbre della Terra, lo scioglimento del "permafrost", gli strati profondi della roccia, che fa collassare ghiaioni che per millenni sono rimasti gelati e compatti sotto la superficie, anche d’estate. Il ghiaccio si scioglie e le ghiaie avanzano implacabili, senza fare notizia. Invadono pascoli millenari con fiumi di massi e terriccio. La stupenda e sconosciuta Val Venegia, sotto il Passo Rolle, sta morendo sotto l’accumulo di detriti in caduta libera dalle Pale di San Martino. Lo stesso la Valsorda, sopra Moena. Quattro serpentoni di ghiaie hanno trasformato in deserto quello che solo dieci anni fa era la prateria di quota più bella del Latemar. La Cima Una non è niente. Niente rispetto a quanto accade in silenzio sulle montagne d’Europa. Milioni di metri cubi di roccia rovinano a valle provocando accumuli, intasamenti, laghi temporanei che in qualsiasi momento possono rompere le dighe e alluvionare una valle. Una volta le slavine di pietra assestavano la montagna ogni quindici-vent’anni. Ora succede ogni anno, con la forza di un uragano, e nessuno ha la più pallida idea di cosa fare. ‟Siamo nudi di fronte alle frane, ormai non servono più né argini né casse di espansione”, giura il gardenese Helmuth Moroder, vicepresidente internazionale della Commissione per la protezione delle Alpi. ‟Ogni tentativo di previsione è surclassato dall’imprevedibilità e dall’enormità dell’evento. Lo capisci dalle compagnie di assicurazione, che ormai non coprono più nessun rischio climatico. Ormai gestiamo l’emergenza”. Il glaciologo Luca Lombroso sostiene che la carta dei rischi va aggiornata sempre più velocemente, al punto che ora nulla viene dato per scontato. Ludwig Noessing, geologo dell’efficientissima provincia sudtirolese, conferma, dopo aver monitorato la frana della Val Fiscalina: ‟Facciamo quello che si può, ma l’evento è più grande di noi”. Siamo di fronte a problemi enormi: siccità, alluvioni e sovraccarico termico dell’ambiente, ammonisce il forestale Gigi Casanova dell’associazione Mountain Wilderness. ‟La Cima Una è solo uno dei tanti segnali che la montagna lancia alla pianura, segnali che i cittadini delle metropoli devono saper leggere per decidere politicamente e agire in modo virtuoso per l’intera collettività”. Poche settimane fa, a Bolzano, a una convegno europeo sulle Alpi il rappresentante elvetico del ministero delle foreste ha gelato l’uditorio annunciando che persino la Svizzera aveva rinunciato a prevedere l’imprevedibile. ‟Ormai - ha detto - la nostra attività non è più quella di mettere in sicurezza le abitazioni nelle zone a rischio, ma di mettere a punto piani di evacuazione”. Era un segnale chiaro: all’estero sono molto più all’erta che qui. Mentre le Alpi scivolano a valle come un piano inclinato, l’Italia continua a fare edilizia o a progettare impianti sciistici in zone di valanghe (valle della Mite nel cuore del parco dello Stelvio), ad alto rischio idrogeologico (comprensorio di Olasa-Folgarida), o a quote insufficienti (Piancavalloin Friuli), con manifesta dilapidazione del pubblico denaro. Dopo la paura in Fiscalina ci si chiede cosa accadrà con le piogge autunnali, e come reagirà la montagna nel caso di un inverno torrido come quello del 2007. ‟I crolli come quello della Cima Una vogliono dire che la natura ci sovrasta e se ne frega delle nostre furbizie” picchia duro Casanova. ‟La natura insegna la cultura del limite, ed è proprio quello che la politica ha perduto”.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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