Nasce il Pd ed è vita nuova. La vita nuova è cominciata con impeto. Più di tre milioni di cittadini hanno votato e forse non è fuori luogo rivolgere un pensiero a Storace. Come ha fatto il premio Nobel e senatrice a vita Rita Levi Montalcini.
Infatti, se il volgare intervento di Storace, prima contro la nostra collega al Senato, poi contro il capo dello Stato ha svelato, per contrasto, a Rita Levi Montalcini ‟quanto è buona l’Italia”, tuttavia l’atto di teppismo, in tutta la sua bassezza, non è una ‟svista” o un ‟errore” come bonariamente ci dicono dalla ‟Casa delle Libertà”. No, il gesto di Storace è un gesto politico attentamente calcolato per dire ai suoi ex compagni di partito: ‟attenzione, io posso richiamare in strada i fascisti”. ‟Attenzione perché qui intorno (lui intende la ‟zona Storace” che fino a poco fa ha condiviso con An, ma da cui da tempo An ha cominciato a prendere igieniche distanze) i fascisti ci sono, con la stessa cultura e gli stessi ‟valori” di quel passato”. Storace del revisionismo se ne frega (credo che sarebbero parole sue). Gli importa poco che ci sia a sinistra chi si prende cura di schermare il fascismo, e di precisare ad ogni occasione l’inclinazione delinquenziale dei partigiani. Quanti saranno stati motivati ad andare a votare per il nascente Partito Democratico dalla ‟iniziativa Storace” contro la decenza, la Costituzione, la democrazia?
Lui, Storace, non è materiale da museo. Lui è qui, adesso, molto attivo, molto impegnato e poiché si è finalmente separato da An, di cui evidentemente non può più sopportare la mania di rispettare le regole, cerca una base e tenta un colpo: l’adunata dei veri fascisti. ntendiamoci, l’idea non è nuova. Aveva sfiorato anche Alessandra Mussolini quando se ne era andata da An sbattendo la porta perché An le pareva insopportabilmente staccata dal passato, quel passato. Ricorderete che la signora si era subito associata con alcuni arnesi che negano la Shoah o affermano - dopo sei milioni di morti - di non avere notizie sicure di quell’evento.
Alcuni di loro, credo con imbarazzo di Fini, hanno pensato bene di unirsi, il 13 ottobre, al corteo An di Roma con croci celtiche, saluto romano e altri inequivocabili simboli di un’idea di ‟ordine pubblico” e di ‟sicurezza” molto diversa dal dibattito che, con le stesse parole, si svolge nella cultura democratica.
Pensate che anche alcuni coloriti partecipanti a quella sfilata non abbiano indotto alcuni di noi, magari disorientati e incerti, ad unirsi al voto?
Ma, l’ambizione di Storace è più ardita e diversa. Il suo ‟outing” con la deliberata provocazione tipica del gerarca prima maniera (insulto alla donna che per giunta è colta, democratica ed ebrea) è un segnale per dire ‟fascisti, a noi!”. Per questo gli importano poco i giudizi severi dei suoi ex colleghi. Per questo inveisce contro il Presidente della Repubblica. Lo stanno disturbando con le loro fisime democratiche mentre lui sta facendo lavoro politico. Infatti quando lui dice ‟destra” non intende la Borsa o il tasso di interesse, o le priorità delle imprese o la prevalenza del mercato. Intende ‟quella destra” che col mercato non aveva niente a che fare, se mai con i fasci e le corporazioni. E il consenso lo otteneva, come lui ha cercato di fare se Rita Levi Montalcini fosse stata sola e l’Italia in cauto silenzio, in modo più sbrigativo.
Perché parlarne oggi? Perché oggi è il 16 ottobre, giorno che ricorda per sempre la caccia agli ebrei di Roma nelle strade del ghetto, la cattura di più di mille di essi nel cuore di questa città . Ricorda che quasi nessuno di essi è tornato. Perché il 15 ottobre il Corriere della Sera ha spiegato e documentato il ruolo dei fascisti e dei delatori italiani in quella notte di indimenticabile orrore (solo la comunità di Sant’Egidio, ogni anno, conferma il ricordo con una fiaccolata in silenzio, dedicata a tutti i negazionisti).
Perché quando sfilano i giovani con il saluto romano e la croce celtica, celebrano quel passato e lo celebrano dalla parte di coloro che hanno arrestato e deportato uomini, donne, vecchi e bambini nella notte romana, e in tutta Europa, aiutati da delatori e collaboratori fascisti, nel vasto silenzio di tutti gli altri.
Perché, rivolgendosi in quel modo, con quelle parole e quella conferma di brutte intenzioni sia alla signora Levi Montalcini (di cui si deprecano persino gli anni, che invece in tribù meno barbare sono ragione di prestigio e di festa) sia al Capo dello Stato, la ragione era: chi deve intendere intenda, fra un saluto romano e un atto di vandalismo alle tombe. Qui - ci dice Storace - si sta costruendo un progetto politico.
Perché parlarne oggi? Perché oggi è il giorno di nascita, con tanti cittadini e nel migliore dei modi, del Partito Democratico, che è la casa della Costituzione e del tesoro di democrazia e di difesa risoluta della democrazia accumulato nell’Italia resa libera dalla Resistenza in questi decenni.
Prendiamo atto del progetto Storace; prendiamo atto che le sue parole, il suo modo di esprimersi e ogni sua battuta sono un manifesto politico.
Nonostante ciò, la prima buona notizia è che è nato il nuovo Partito Democratico, che su fatti come questi non si distrae.
La seconda buona notizia è che in questo impegno, sulla scena politica e parlamentare italiana oggi, per fortuna, non siamo né isolati né soli.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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